Sangue sull'altare: l'omicidio di Enrico di Cornovaglia che inorridì Dante
C’è un silenzio particolare, quasi irreale, che avvolge oggi Piazza del Gesù, nel quartiere medievale di San Pellegrino. Chi si siede ai bordi della fontana al tramonto, godendosi la quiete di questo "salotto di pietra" (che un tempo era l'antica Piazza del Mercato), raramente immagina di trovarsi sul luogo di una delle scene del crimine più efferate e politicamente esplosive dell'intero Medioevo europeo.
Qui, il 13 marzo 1271, si consumò un sacrilegio così brutale da far inorridire le corti di mezza Europa e da costringere Dante Alighieri, decenni dopo, a sporcarsi le mani d'inchiostro per condannarne l'autore al fondo dell'Inferno. Dimenticate i romanzi di finzione: a Viterbo l'orrore ha avuto un volto umano, freddo e spietato, e rispondeva al nome di Guido di Montfort.
Viterbo, l'ombelico del mondo (e dei reduci)
Per comprendere la portata di questo evento, dobbiamo cancellare la quiete attuale e ricostruire lo scacchiere politico dell'epoca. Nel 1271, Viterbo è una polveriera. La città ospita da mesi il Sacro Collegio per quello che diventerà il Conclave più lungo della storia. Ma non solo: tra le mura cittadine stanno facendo sosta i grandi potenti d'Europa, di ritorno dalla disastrosa Crociata di Tunisi in cui aveva perso la vita re Luigi IX di Francia.
In questi vicoli camminano Filippo III l’Ardito (nuovo re di Francia), Carlo I d'Angiò e principi di ogni casata. In questa folla di corone e porpore si muove anche Enrico di Cornovaglia, nipote del Re d’Inghilterra. Ma a Viterbo c’è anche la sua nemesi assoluta: Guido di Montfort, potente vicario in Toscana per conto degli Angiò. Il dettaglio più oscuro? Guido ed Enrico sono cugini.
Tra i due rami della famiglia arde una faida feroce: sei anni prima, nella battaglia di Evesham (1265), il padre di Guido, Simon de Montfort, era stato ucciso dalle truppe realiste inglesi guidate dal cugino Edoardo. Il suo cadavere era stato smembrato e trascinato nel fango. Guido non ha mai dimenticato. E a Viterbo, finalmente, vede l'occasione per pareggiare i conti nel sangue.
"Traditore Enrico, non ci sfuggirai!"
È la mattina del 13 marzo. Enrico di Cornovaglia sta assistendo alla messa nella piccola chiesa romanica di San Silvestro (l'attuale Chiesa del Gesù). È il momento più sacro della liturgia: l'elevazione dell'ostia. I fedeli sono in ginocchio. Improvvisamente, il boato.
Guido di Montfort, affiancato dal fratello Simone e da una schiera di sicari armati, irrompe nel tempio. Le cronache storiche ci tramandano il grido agghiacciante che frantumò la sacralità di quell'istante: «Traditore Enrico, non ci sfuggirai!».
Non c'è onore, non c'è duello: è una mattanza. Enrico, disarmato, cerca disperatamente rifugio presso l'altare, aggrappandosi alle tovaglie sacre e implorando pietà. Non ne riceve. In un impeto di ferocia inaudita, Guido gli tronca di netto la mano destra prima di finirlo a pugnalate. Sotto i colpi dei Montfort cadono trafitti anche due chierici innocenti che avevano tentato disperatamente di fare scudo al principe col proprio corpo.
L'epilogo è dominato dal macabro pragmatismo delle vendette medievali. Guido, compiuto il delitto, si volta per uscire dalla chiesa. Un cavaliere del suo seguito gli si avvicina e gli mormora all'orecchio: «Eppure, tuo padre fu trascinato...». Il ricordo dello scempio subito dal genitore riaccende la furia. Guido torna sui suoi passi, afferra il cadavere del cugino per i capelli e lo trascina fuori dalla chiesa in segno di sommo spregio, abbandonandolo nel fango del sagrato. Esattamente dove oggi passeggiano i turisti ignari.
Dante e il cuore sul Tamigi
L'omicidio creò un incidente diplomatico di proporzioni colossali tra la Francia e l'Inghilterra. Guido di Montfort riuscì a fuggire in Maremma, protetto dal suocero (il "Conte Rosso" degli Aldobrandeschi). Ma se la giustizia umana e politica dovette scendere a compromessi, quella letteraria fu inesorabile.
Dante Alighieri, nel XII Canto dell'Inferno, immerge Guido nel Flegetonte, il fiume di sangue bollente riservato ai violenti contro il prossimo, condannandolo per l'eternità con un verso celeberrimo:
«Colui fesse in grembo a Dio / lo cuor che 'n su Tamisi ancor si cola».
Il Sommo Poeta aveva probabilmente attinto la notizia dalla Cronica del fiorentino Giovanni Villani. Il corpo di Enrico, infatti, per poter affrontare il lungo viaggio di rimpatrio verso l'Inghilterra, subì un trattamento necroscopico sconvolgente e brutale: il cosiddetto Mos Teutonicus.
Mentre le ossa tornarono in patria, il cuore della vittima fu estratto, racchiuso in un'urna d'oro e portato a Londra, esposto su una colonna presso il ponte sul Tamigi (o, secondo altre fonti, in un calice dorato nell'Abbazia di Westminster). Un reliquiario che, nell'immaginario dantesco, continuava a stillare sangue invocando una giustizia mai compiuta.
Il silenzio della pietra
A oltre sette secoli di distanza, Piazza del Gesù è diventata uno degli angoli più vibranti e conviviali di Viterbo, un luogo dove ci si gode la dolce vita della Tuscia all'aperto.
Eppure, il contrasto con il passato è vertiginoso. Alzando lo sguardo sul profilo del tetto a vela della chiesa, si stagliano ancora le figure di due leoni in pietra di fattura medievale, testimoni immobili del sacrilegio. Sulla facciata resiste l'Aquila Ghibellina, mentre all'interno, sul lato sinistro, una lapide ricorda tutt'oggi il sanguinoso evento del 1271. Fermarsi qui al crepuscolo, socchiudendo gli occhi per lasciar parlare la pietra, non è solo suggestione romantica: è sfiorare la grande Storia europea, impressa per sempre nel peperino di Viterbo. E magari domandarsi se, a pochi passi da qui, non riposi ancora in segreto parte di quel principe dimenticato.
Classe '85, giornalista, laureato in Scienze della Comunicazione, ho raccontato la politica, la cronaca e la cultura per testate locali e nazionali, tra cui Il…