Il mistero della carne e l'enigma di Dante: il Mos Teutonicus su Enrico di Cornovaglia

Il mistero della carne e l'enigma di Dante: il Mos Teutonicus su Enrico di Cornovaglia

Il brutale assassinio di Enrico di Cornovaglia, trucidato il 13 marzo 1271 all'interno della chiesa di San Silvestro a Viterbo, è uno degli eventi più noti e sanguinosi della nostra storia cittadina. Un delitto consumato non in preda a un raptus, ma come fredda e calcolata vendetta: a impugnare la spada fu Guido di Montfort, vicario in Toscana di Carlo I d’Angiò, che intendeva così vendicare la morte del padre Simone, caduto sei anni prima (nella battaglia di Evesham del 1265) combattendo contro la casa reale inglese. Nonostante l’inaudita gravità dell’accaduto, Guido e i suoi complici — il fratello Simone e il suocero Ildebrandino di Pitigliano — riuscirono a fuggire dalla città senza subire alcuna conseguenza immediata.

Ma se i contorni di questo intrigo politico internazionale sono chiari, il destino delle spoglie del giovane principe solleva un quesito affascinante e macabro. Un enigma che ci costringe a guardare in faccia il pragmatismo estremo e la cruda fisicità della morte nel Medioevo. Cosa accadde realmente al corpo di Enrico nelle ore e nei giorni successivi al regicidio?

Chiesa di San Silvestro, piazza del Gesù, Viterbo
Chiesa di San Silvestro, piazza del Gesù, Viterbo. Tra queste mura avvenne l'efferato omicidio di Enrico di Cornovaglia

Un problema di "logistica" reale

Quando la spada del Montfort recise la vita del nipote del re d'Inghilterra, la famiglia reale ne pretese la restituzione per garantirgli una sepoltura di Stato. Ma l'Europa del Duecento imponeva un ostacolo insormontabile: la distanza. Senza tecniche di imbalsamazione efficaci, un viaggio di mesi dall'Italia all'Inghilterra avrebbe comportato la totale putrefazione del cadavere. La pratica della mummificazione era complessa, costosa e spesso fallimentare. Come si risolveva, dunque, il trasferimento dei grandi sovrani caduti a migliaia di chilometri da casa?

La storiografia ci consegna una risposta brutale ma considerata all'epoca "scientifica", che fu applicata proprio al corpo del principe assassinato a Viterbo: il Mos Teutonicus (l'usanza teutonica).

L'igiene del macabro: la bollitura e la scarnificazione

Questo termine fu coniato dal cronista fiorentino Boncompagno da Signa, che lo associò agli aristocratici tedeschi soliti ricorrere a tale pratica durante le Crociate per assicurarsi di poter riposare nei luoghi d'origine. Il processo, che ai nostri occhi appare macabro e inquietante, consisteva in un vero e proprio smembramento post-mortem. Il cadavere veniva depezzato e fatto bollire a lungo in grandi calderoni colmi d'acqua, aceto o vino, finché i tessuti non si staccavano dalle ossa. Queste ultime venivano poi accuratamente raschiate per risultare perfettamente pulite, inodori e non deperibili, pronte per essere sigillate in una cassa e spedite verso la patria.

La carne e gli organi interni, soggetti a rapida decomposizione, potevano essere conservati sotto sale per brevi tratte, ma quasi sempre venivano inumati immediatamente sul luogo del decesso. Rispetto ad altri processi, il Mos Teutonicus risultava infinitamente più igienico ed economico. Non si trattava di un affronto, bensì di un onore estremo riservato a una ristrettissima élite. Prima di Enrico, al medesimo trattamento furono sottoposti sovrani del calibro del duca d’Austria Federico I (1198), di re Riccardo Cuor di Leone (1199) e, appena un anno prima dei fatti viterbesi, di Re Luigi IX di Francia (1270), morto a Tunisi.

La prassi divenne così radicata da costringere, nel 1300, Papa Bonifacio VIII a vietarla categoricamente. Saldo sostenitore dell'ideale d'integrità fisica in attesa della resurrezione dei morti nel Giorno del Giudizio, il pontefice promulgò la bolla De Sepulturis (nota anche dal suo incipit come Detestande feritatis), definendo la pratica un abominio. Ma nel 1271, a Viterbo, la scarnificazione era ancora perfettamente legale.

Il peso della storiografia internazionale

L'idea che Enrico abbia subito questa cruenta manipolazione è supportata dalla massima storiografia accademica anglosassone. La professoressa Elizabeth A. R. Brown, autorità mondiale nello studio della cosiddetta dilaceratio corporis, nel suo saggio definitivo pubblicato sulla rivista Viator (1981) elegge proprio il principe inglese a caso di studio perfetto. La studiosa americana contestualizza magistralmente l'evento: nel 1271, Viterbo brulicava di teste coronate di ritorno dalla sfortunata Crociata in Nord Africa. Quegli stessi sovrani e dignitari avevano da poco applicato il rito della bollitura ai resti del sopracitato Re di Francia. L’applicazione di questo protocollo su Enrico appare la soluzione più logica: le ossa furono estratte per viaggiare in Inghilterra, mentre, scrive testualmente la Brown, «la sua carne fu sepolta a Viterbo».

Gustave Doré, Inferno, Canto XII. Guido di Montfort, assassino di Enrico di Cornovaglia, sconta la sua pena tra i violenti immersi nel sangue bollente del fiume Flegetonte.
Gustave Doré, Inferno, Canto XII. Guido di Montfort, assassino di Enrico di Cornovaglia, sconta la sua pena tra i violenti immersi nel sangue bollente del fiume Flegetonte

L'enigma di Dante: il cuore "sulla colonna"

A certificare ulteriormente la divisione del corpo interviene, in modo clamoroso, Dante Alighieri. Noi sappiamo che le ossa di Enrico raggiunsero l'Abbazia cistercense di Hailes, ma il suo cuore ebbe un destino separato, divenendo un potente strumento di devozione e propaganda politica. Fu estratto, sigillato in una teca d'oro e, secondo alcune fonti dell'epoca, esposto su una colonna del ponte sul Tamigi a Londra, prima di trovare collocazione nell'Abbazia di Westminster. È questo il dettaglio viscerale che il Sommo Poeta immortala nell'Inferno (Canto XII):

"Colui fesse in grembo a Dio / lo cor che 'n su Tamigi ancor si cola."

Quel "si cola" ha diviso i commentatori per secoli: per alcuni significa "è venerato" (dal latino colere), ma per i chiosatori più antichi si riferiva proprio alla coppa d'oro sul ponte londinese da cui il cuore sembrava "gocciolare" ancora sangue per invocare vendetta. In ogni caso, Dante conferma che il cuore viaggiava da solo, implicando necessariamente un profondo intervento necroscopico avvenuto a Viterbo prima della partenza.

La prova documentale: il segreto sepolto "tra due Papi"

Se il cuore ha raggiunto Londra e le ossa il Gloucestershire, dove è finita la carne rimasta a Viterbo? Per decenni si è ipotizzata un'inumazione affrettata nella chiesa di San Silvestro, luogo del delitto. Ma la soluzione definitiva all'enigma ci viene offerta da una vera e propria prova inconfutabile documentale. L'illustre storico viterbese Francesco Cristofori (1859-1939), nella sua imponente opera dedicata al Conclave del 1270, riporta un frammento cruciale tratto dagli Annalium Angliae Excerpta, antiche cronache inglesi che annotarono con precisione l'epilogo della vicenda:

"Cuius caro ibidem sepelitur inter duos Papas. Ossa vero eis delata sunt per patrem eius, Regem Alemannie apud Heiles, et ibidem sepulta" (La cui carne è sepolta in quel medesimo luogo tra due Papi. Le sue ossa, in verità, furono traslate da suo padre, Re d'Alemagna, a Hailes, e lì sepolte).

"Tra due Papi". È un'indicazione topografica formidabile. Nel 1271 a Viterbo, i resti mortali di due pontefici dominavano la scena cittadina: Alessandro IV, morto nel 1261 e sepolto in Cattedrale, e Clemente IV, spirato nel 1268, le cui spoglie e la cui memoria erano intimamente legate alle vicende del Duomo cittadino in quel delicato frangente storico (e temporaneamente ospitate o associate al circuito papale primario del Colle del Duomo prima della tumulazione a Gradi). Escludendo per limiti temporali Giovanni XXI, morto solo sei anni più tardi nel 1277, l'indizio degli annali inglesi sposta inequivocabilmente il luogo di sepoltura dei resti molli dalla piccola chiesa del Gesù direttamente alla Cattedrale di San Lorenzo.

È lì, all'ombra del palazzo papale dove si consumava il Conclave più lungo della storia, che la carne "bollita" di Enrico di Cornovaglia ricevette degna sepoltura in terra consacrata.

Mentre oltremanica le ossa ad Hailes e il cuore d'oro di Westminster sono andati irrimediabilmente distrutti e dispersi nei secoli a causa della Riforma e della dissoluzione dei monasteri, Viterbo custodisce ancora, celata nell'anonimato sotto i pavimenti del Duomo o nelle sue immediate adiacenze, gli unici resti tangibili di quel principe. Paradossalmente, il vero monumento alla memoria di Enrico di Cornovaglia non è l'oro del Tamigi, ma la nuda pietra di questa città: quella su cui fu versato il suo sangue e quella che ne accolse in silenzio le spoglie mortali.

Cattedrale San Lorenzo, dettaglio pavimento cosmatesco
Cattedrale San Lorenzo, dettaglio pavimento cosmatesco

 

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Diego Galli
Autore
Diego Galli

Classe '85, giornalista, laureato in Scienze della Comunicazione, ho raccontato la politica, la cronaca e la cultura per testate locali e nazionali, tra cui Il…