"Viterbo al tempo di Francesco": espansione urbana, eresie e conflitti di potere nel Duecento
di Diego Galli
Domenica 12 ottobre 2026, gli spazi dell'Archivio di Stato di Viterbo hanno ospitato un incontro di eccezionale caratura storiografica dedicato all'Ottocentenario della morte di San Francesco d'Assisi. L'evento, tenutosi di fronte a una sala letteralmente gremita da cittadini e autorità istituzionali, ha visto come relatrice la professoressa Angela Lanconelli, già docente all’Università della Tuscia e funzionaria del Ministero della Cultura, chiamata a tracciare il quadro storico, politico e sociale della città al tempo del Poverello. La straordinaria partecipazione di pubblico non è un dato meramente statistico: rappresenta il chiaro segno di quanto tematiche nevralgiche come la figura di San Francesco, le dinamiche della Viterbo duecentesca e i complessi rapporti di forza tra l'amministrazione cittadina e la Chiesa cattolica, costituiscano ancora oggi un patrimonio identitario profondamente sentito dall'intera comunità del territorio. L'intervento della studiosa ha restituito uno spaccato materiale, economico e istituzionale precisissimo, rifuggendo le mitizzazioni e ancorando l'analisi alla concretezza delle fonti archivistiche.
La forma della città: l'espansione e i conflitti intestini
Per comprendere il terreno in cui affondano le radici i primi ordini mendicanti, è necessario delineare l'aspetto fisico e sociale di Viterbo a cavallo tra il XII e il XIII secolo. Non ci troviamo di fronte alla cittadina silente della devozione, ma a un centro in tumultuosa crescita. Il superamento dell'antico insediamento altomedievale – il Castrum Sancti Laurentii – richiese la costruzione di un nuovo e più ampio circuito murario, destinato a difendere i borghi sorti all'esterno. Parallelamente, il Comune avviò una violenta campagna di espansione territoriale e sottomissione del contado, scontrandosi militarmente con i centri limitrofi di Tuscania, Orvieto, Corneto (l'odierna Tarquinia) e la stessa Roma.
A questa spinta espansionistica corrispondeva, all'interno delle mura, un panorama politico lacerato. Il passaggio dalla magistratura collegiale dei Consoli alla figura unica del Podestà fu l'esito di una crescente instabilità. Da un lato, un'oligarchia aristocratica chiusa, formata da poche consorterie familiari dotate di torri, terre e capitali liquidi, che controllava il credito cittadino; dall'altro, l'emergere inarrestabile del Populus, i ceti produttivi e artigiani che, organizzandosi in arti e società d'armi, reclamavano con forza il proprio spazio politico fino all'istituzione del Capitano del Popolo.
"La vita comunale è caratterizzata da un alto livello di conflittualità interna ed esterna. Un lamento riportato dai cronisti compiange la città per come si è ridotta a causa dell'inimicitia civium, i contrasti che contrappongono i vari cittadini."
Il crocevia della grande geopolitica: Papato contro Impero
Viterbo non era un borgo isolato, ma un nodo strategico nello scacchiere internazionale dominato dallo scontro tra Impero e Papato. Sul finire del XII secolo, con l'elezione di Innocenzo III, la Chiesa avviò la rigorosa politica delle recuperationes, volta a riaffermare il controllo temporale sui territori concessi dai diplomi carolingi. In questo disegno, Viterbo giocò un ruolo da protagonista, venendo innalzata a capoluogo della neonata provincia pontificia del Patrimonium Sancti Petri in Tuscia.
"Innocenzo III ci tiene non solo a imporre il suo dominio su Viterbo dando sostegno alla parte filo-papale, ma ci tiene anche a darle un ruolo importante, quello di capoluogo. Infatti Viterbo diventerà il centro, la sede del rettore del Patrimonio."
Non a caso, proprio a Viterbo, nel 1207, Innocenzo III convocò il primo Parlamento generale delle terre della Chiesa. Tuttavia, l'adesione della città alla fazione guelfa o a quella ghibellina (filo-imperiale, memore dei privilegi concessi dal Barbarossa) non fu quasi mai una scelta ideologica assoluta, bensì una brutale necessità dettata dalla contingenza politica e dalla presenza fisica degli eserciti sotto le mura.
L'ombra del Dualismo: l'eresia Catara a Viterbo
Il cuore del fermento duecentesco viterbese fu segnato da una dirompente anomalia religiosa: il radicalizzarsi dell'eresia. La storiografia distingue nettamente tra i movimenti pauperistico-evangelici (come i valdesi o i seguaci di Arnaldo da Brescia), che contestavano la corruzione del clero pur mantenendo l'ortodossia dottrinale, e il movimento Cataro, portatore di un vero e proprio "dualismo" dogmatico di matrice orientale. I catari rifiutavano la materia, condannavano i sacramenti romani (sostituiti dal Consolamentum) e si costituivano come una vera e propria anti-chiesa organizzata.
Il loro straordinario successo nei centri urbani italiani, e a Viterbo in particolare, si innestò su un radicato anticlericalismo, alimentato dal discredito morale dei sacerdoti e, soprattutto, dalle esenzioni fiscali di cui godevano gli enti ecclesiastici a danno delle casse comunali. Il dato più rilevante, che smentisce l'idea di un'eresia relegata ai margini della società, è la sua penetrazione nei vertici aristocratici viterbesi.
"I Catari costituiscono una chiesa alternativa che intende sostituirsi a quella romana. Il loro successo arriva persino ai ceti dirigenti: tra i nomi degli eretici viterbesi troviamo Giovanni Tignosi, camerlengo del Comune nel 1205, poi scomunicato da Innocenzo III, ed esponenti di famiglie eminenti come i Petriboni e i Maccabei."
Inquisizione e Ordini Mendicanti: la risposta della Chiesa
La reazione istituzionale contro la dissidenza religiosa vide una stretta convergenza tra autorità religiose e civili. Fino agli anni Venti del Duecento, l'Inquisizione operava come un rigoroso strumento di indagine (inquisitio), le cui sentenze colpivano economicamente i condannati attraverso la totale confisca dei beni, frammentati tra accusatori, curia e cassa del Comune (spesso impiegati per erigere le mura cittadine). La pena capitale sul rogo non fu un'invenzione ecclesiastica, ma venne istituzionalizzata nel 1224 dalla Costituzione imperiale di Federico II, che equiparò l'eresia al delitto di lesa maestà.
In questo clima di dura repressione fecero il loro ingresso in città i nuovi ordini mendicanti. I Domenicani giunsero a Viterbo già nel 1219, chiamati dal potente cardinale viterbese Raniero Capocci, che aveva conosciuto San Domenico durante la crociata albigese e cercava un argine teologico contro i catari. I Francescani arrivarono più tardi, nel 1236, inserendosi in un tessuto sociale già fortemente polarizzato.
"Gli stessi storici francescani sottolineano che l'ordine dei minori in un primo momento non è per nulla contento di questo coinvolgimento. I frati hanno molti scrupoli per la confisca dei beni e la violenza contro le persone è un qualcosa che, alla metà del Duecento, li respinge intimamente."
Solo a partire dal 1254, per esplicito mandato di Innocenzo IV, i seguaci di Francesco furono costretti ad assumere il ruolo di inquisitori per l'Italia centrale. Un mandato che accettarono con iniziale riluttanza, poiché palesemente estraneo allo spirito originario della loro Regola, ma che li rese, nei decenni successivi, attori protagonisti e ineludibili delle dinamiche di potere della Viterbo medievale.
Classe '85, giornalista, laureato in Scienze della Comunicazione, ho raccontato la politica, la cronaca e la cultura per testate locali e nazionali, tra cui Il…