Scavi al Castello di Corviano e ricerche sul Palazzo di Federico II: intervista al Prof. Giuseppe Romagnoli
C'è un Medioevo che vive nelle pergamene d'archivio, e un Medioevo che riposa silenzioso sotto i nostri piedi, in attesa di essere riportato alla luce e, soprattutto, raccontato alla comunità. È proprio su questa linea di confine — dove il massimo rigore scientifico incontra l'impegno civile dell'"Archeologia Pubblica" — che si muove il lavoro del Prof. Giuseppe Romagnoli, docente di Archeologia e Topografia Medievale all’Università della Tuscia (UNITUS).
In questa lunga intervista per Viterbo Medievale, abbiamo incontrato il professore per tracciare un bilancio su due delle indagini storiche più affascinanti e gravide di prospettive attualmente in corso nel nostro territorio. Il nostro dialogo parte dalla terra viva del cantiere al Castello di Corviano (Soriano nel Cimino), dove le recenti campagne di scavo stanno restituendo i contorni di una chiesa altomedievale e le tracce dei soldati a presidio dell'antico Limes bizantino. Dalla provincia ci sposteremo poi nel cuore del capoluogo, dove l'archeologia si sta fondendo con le più moderne tecnologie non invasive per svelare l'incredibile estensione del Palazzo di Federico II.
Un viaggio a tutto tondo tra indagini stratigrafiche, sinergie istituzionali, innovazione digitale e una profonda riappropriazione dell'identità storica della Tuscia.
Prof. Romagnoli, la campagna di scavi 2025 al Castello di Corviano ha riportato alla luce scoperte straordinarie, tra cui la chiesa altomedievale e un cimitero con tombe a fossa. In che modo questi specifici ritrovamenti arricchiscono o modificano la nostra comprensione della vita quotidiana, religiosa e insediativa di questa comunità prima del suo abbandono?
Intanto grazie per l'opportunità di illustrare i ritrovamenti di Corviano. Abbiamo iniziato a lavorare sul sito nel 2024, con una concessione del Ministero della Cultura, concentrandoci su due aree specifiche. La prima è quella della rocca medievale, l'edificio signorile di Corviano, che presenta fasi edilizie dall'XI all'inizio del XIV secolo. Abbiamo aperto un primo saggio in corrispondenza di alcune murature in opera quadrata, composte da grandi blocchi parallelepipedi, che ci sembravano riconducibili al periodo altomedievale.
In effetti, abbiamo portato alla luce i resti di un edificio ecclesiastico presumibilmente di età carolingia (VIII-IX secolo d.C.), successivamente inglobato nel recinto della rocca. L'edificio ha restituito anche interessanti elementi di arredo liturgico: colonne, capitelli a foglie e porzioni di un ciborio.
Attorno alla chiesa abbiamo individuato un cimitero con tombe del tipo "antropoide" o a logette, caratterizzate da un incavo scavato nella pietra, una sorta di "cuscino" in corrispondenza della testa. È una tipologia tipica della fascia compresa tra la Valle Tiberina, i Monti della Tolfa e la Valle del Mignone, che segnò il confine tra i territori longobardi e bizantini della Tuscia tra la fine del VI e la metà dell’VIII secolo d.C. Joselita Raspi Serra, che studio per prima il sito negli anni '70, aveva ipotizzato che queste tombe ospitassero i soldati bizantini a presidio del limes, e i nostri scavi stanno fornendo alcune prime conferme a questa affascinante ipotesi.
Un secondo saggio di scavo è stato aperto lungo un imponente muro di cinta, di controversa datazione, che definisce a Ovest il limite dell’abitato.
Oltre allo scavo, quest'anno abbiamo effettuato anche una pulizia e una nuova documentazione digitale e tridimensionale di un’altra chiesa altomedievale, scavata dalla Raspi Serra, aggiornando con tecnologie moderne i dati raccolti cinquant'anni fa.
Sappiamo che il sito fu attivo fino alla fine del XIII - inizi del XIV secolo. Considerando la complessa e densa rete di castelli, rocche e insediamenti che caratterizzava la Tuscia viterbese in quel periodo storico, quali dinamiche ritiene abbiano portato al definitivo spopolamento della rocca di Corviano?
Il fenomeno dell'incastellamento interessa l'Alto Lazio per un periodo molto lungo, dalla fine del IX fino agli inizi del XIV secolo. Con il Trecento, questo ciclo si chiude. Si stima che almeno un terzo degli oltre 200 castelli distribuiti nella provincia di Viterbo venne abbandonato in questo periodo a causa di una profonda crisi economica e demografica, aggravata poi dalle pestilenze.
A queste concause si aggiungono gli eventi bellici, che per Corviano sono stati determinanti. Sappiamo dalle fonti che il sito venne devastato dalle milizie viterbesi in almeno un paio di occasioni tra la fine del Duecento e i primi del Trecento, in concomitanza con l'aspro conflitto che oppose il Comune di Viterbo agli Orsini di Soriano. Corviano, insieme ad altri castelli dell'area Cimina come Fratta e Cornienta, si trovò al centro di questa disputa territoriale che si risolse solo intorno al 1315. I dati archeologici confermano questa fine traumatica: nei nostri saggi, le attestazioni ceramiche più tarde sono costituite proprio da maioliche arcaiche databili nella prima metà del XIV secolo.
Un elemento centrale del vostro lavoro è stata la forte impronta di 'Archeologia Pubblica', culminata con l'Open Day dell'11 luglio. Perché oggi è così vitale coinvolgere attivamente la comunità locale nella conoscenza e tutela del proprio patrimonio?
Oggi l'archeologia moderna non può più prescindere da un approccio diagnostico rigoroso. Prima di scavare, effettuiamo ricognizioni, rilevamenti Lidar e prospezioni geofisiche. Rispetto al passato, oggi lavoriamo con strumenti come il georadar che ci permettono di ottenere vere e proprie "tomografie del sottosuolo". Questo ci consente di operare con un metodo quasi chirurgico, individuando anomalie e tracce non visibili in superficie.
Tutto questo sapere scientifico, però, deve uscire dai laboratori. A Corviano abbiamo voluto invertire la rotta coinvolgendo la cittadinanza. L'Open Day, svoltosi nel luglio 2025, è stato un successo. Una tesi di laurea, giunta ormai quasi al termine, è dedicata proprio alla percezione dell'archeologia da parte della popolazione locale. Questo è stato possibile grazie a una rete istituzionale solida: l'Amministrazione Comunale di Soriano nel Cimino, che ha stanziato fondi e fornito supporto logistico con una sensibilità per nulla scontata; la Soprintendenza ABAP, in particolare la Dott.ssa Carlotta Schwartz, che ha agevolato ogni fase del lavoro sul campo; e il Museo dell'Agro Cimino diretto da Giancarlo Pastura, partner fondamentale del progetto.
Il cantiere di Corviano ha accolto studenti dell'Unitus e atenei internazionali. Che valore aggiunto porta questa contaminazione internazionale allo studio del medioevo laziale?
Ha un valore enorme. In due anni abbiamo coinvolto circa 25 studenti dell'Università della Tuscia, tra corsi triennali, magistrali e la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici. Molti di loro studiano i materiali di Corviano per le loro tesi: sono loro il vero motore della ricerca.
A livello internazionale, collaboriamo stabilmente con l'Università di Lublino in Polonia per tutta la parte di telerilevamento e diagnostica. Sul campo, abbiamo ospitato studenti dell'Università di Montpellier (Francia) e della State University di Tbilisi (Georgia), nel quadro di un accordo internazionale e di una Summer School. È un vero interscambio: mentre gli studenti stranieri vengono a fare pratica qui da noi, i nostri allievi della Tuscia vanno a lavorare sugli scavi in Georgia.
Lo sguardo è già rivolto alla campagna del 2026. Qual è l'obiettivo principale dei prossimi saggi di scavo? C'è un 'enigma storico' che spera di svelare?
L'obiettivo primario è completare i due saggi aperti. L'enigma che più mi affascina riguarda la cinta muraria occidentale: un'imponente struttura in grandi blocchi di peperino. È stata datata in vari modi, persino all'età etrusca, ma io credo sia altomedievale. Il quesito è capire se questa fortificazione facesse parte del sistema difensivo del Limes bizantino della Tuscia. Spero che la campagna di quest'anno possa darci una risposta definitiva. Inoltre, vogliamo ampliare l'indagine sul cimitero e definire meglio la cronologia della chiesa, che potremmo forse retrodatare tra il VI e il VII secolo.
Professore, sabato 18 aprile a Viterbo ha presentato i risultati digitali sul Palazzo di Federico II: un colosso di almeno 75 metri di lato. Perché passare dalla mappatura digitale a un vero cantiere di scavo sarebbe fondamentale per la città?
Prof. Romagnoli: Parliamo di un monumento dal valore storico inestimabile, al pari del Palazzo Papale, ma il cui potenziale non è ancora stato compreso perché i resti non sono appariscenti. I primi rilevamenti topografici sul sito e gli studi sulla documentazione scritta stanno fornendo i primi, interessanti dati sulla fisionomia di questo monumento. Grazie alle tecnologie non invasive, come le prospezioni geofisiche nelle aree di S. Simone e Giuda e del monastero di S. Rosa, potranno offrire conferme alle prime ipotesi interpretative.
Aprire un vero cantiere, o anche solo riportare alla luce ed evidenziare i resti già scavati a fine Ottocento con piccoli interventi conservativi, restituirebbe a Viterbo un importante monumento dimenticato della sua storia e permetterebbe di arricchire un'offerta turistica medievale già importante. Ciò è stato ben compreso dall’Amministrazione comunale di Viterbo, che ha stanziato una somma per le prime indagini conoscitive nell’ambito del progetto “Oltre la pietra”.
Classe '85, giornalista, laureato in Scienze della Comunicazione, ho raccontato la politica, la cronaca e la cultura per testate locali e nazionali, tra cui Il…