Santa Maria Nuova: un viaggio nel tempo tra i segreti del potere civico e i capolavori della Viterbo medievale
di Diego Galli
Varcare oggi la soglia di Santa Maria Nuova non significa semplicemente entrare in un luogo di culto. Immaginate, per un istante, di spogliarvi della frenesia contemporanea e di calarvi nell'atmosfera pulsante dell'XI secolo. Siete viandanti, magari pellegrini affaticati che percorrono l'antica via Consolare Cassia verso Roma. Ad accogliervi, in questa struttura primigenia le cui origini documentate risalgono al 13 dicembre 1080 – quando il prete Biterbo, insieme al fratello Leone, alla madre Sassa e alla moglie di Leone Carabona, donò la chiesa e l'annesso ospedale al vescovo Giselberto di Tuscania – c'è un centro di accoglienza fondamentale per i viaggiatori.
Ma attenzione: l'edificio che ammiriamo oggi non è lo stesso descritto in quella pergamena medievale. La chiesa menzionata nell'atto dell'XI secolo era un organismo architettonico ben più piccolo, di cui oggi sopravvivono come preziosi relitti soltanto la suggestiva cripta a deambulatorio e i resti del chiostro. L'imponente fabbrica attuale, con il suo raffinato impianto a tre navate, è il frutto di una radicale e monumentale ricostruzione avvenuta tra la fine del XII e i primi decenni del XIII secolo. È l'inizio di una storia straordinaria, in cui le navate di questa pieve diventeranno il vero cuore battente, politico e sociale, di un nascente e turbolento libero Comune.
L'Architettura del potere: i forzieri della Repubblica
Abituatevi all'idea che, nel Medioevo, sacro e profano non erano separati da confini netti. Osservate l'impianto romanico, le severe colonne monolitiche e i capitelli finemente scolpiti: questo spazio monumentale era il vero Palazzo dei Priori prima che il palazzo stesso venisse edificato.
Immaginate il rumore dei calzari sulla pietra, le voci concitate durante le Assemblee Popolari. È proprio qui, al riparo di spesse mura che offrivano garanzie di indipendenza e inviolabilità, che il Comune custodiva i propri segreti più intimi: antiche casse ferrate ricolme di documenti sui confini, franchigie imperiali, tesori e, dal XV secolo, persino la preziosa urna del "Bussolo" per l'estrazione delle massime cariche pubbliche, protetta da tre chiavi inviolabili.
E se usciamo per un momento all'esterno, sul fianco sinistro della facciata, il nostro sguardo viene catturato da un dettaglio formidabile: un piccolo pulpito di pietra ornato a stelle. Fermatevi a guardarlo e ascoltate l'eco della storia. Da quello stesso pergamo, nel 1266, si affacciò nientemeno che San Tommaso d'Aquino, la cui voce tuonò sulla piazza gremita per placare gli animi e invocare la pace contro i vicini orvietani.
Il fascino dell'inganno: la verità sul chiostro "Longobardo"
Spostandoci sul fianco meridionale, ci imbattiamo in uno degli angoli più suggestivi e, al tempo stesso, più enigmatici dell'intero complesso. La tradizione popolare, subendo il fascino di epoche oscure e barbariche, lo ha battezzato "chiostro longobardo".
Eppure, l'occhio clinico dell'archeologo e dello storico dell'arte ci costringe a decostruire questo suggestivo falso mito. Avviciniamoci agli archetti in laterizio, sostenuti da quelle esili colonnine in pietra dal fusto singolarmente rigonfio (un'entasi marcatissima) e chiuse da capitelli a stampella: non si tratta di una struttura longobarda originaria, bensì di una raffinata espressione dell'architettura romanica dell'XI secolo. Pensate a questo luogo non solo come al chiostro ombroso dove i canonici agostiniani leggevano i salmi, ma anche come alla terra consacrata che per secoli ha accolto i corpi dei viterbesi, fungendo da cimitero e, in epoche di assedi e pestilenze, persino da fossa comune.
Un pantheon di nobili e guerrieri
Rientriamo nelle penombra della chiesa e osserviamo attentamente i muri perimetrali. Tra il Due e il Trecento, queste pareti furono letteralmente scavate per ospitare ampie nicchie ad arco. Era il teatro delle ambizioni dell'aristocrazia locale.
Fermiamoci davanti alla cappella dipinta nel 1293. Qui riposa un uomo che ha fatto la storia del suo tempo: lo vediamo ritratto in ginocchio, avvolto in un sontuoso e pesantissimo robbone rosso, simbolo inequivocabile del suo enorme prestigio civile. L'iscrizione ce ne svela l'identità: è Monaldo Fortiguerra. In un'epoca in cui consorterie spietate come i Monaldeschi dominavano l'Alta Tuscia a colpi di spada e tradimenti, la nobiltà viterbese utilizzava queste cappelle funerarie per gridare al mondo il proprio potere. Santa Maria Nuova, proprio come avverrà per la basilica di San Francesco con le sepolture papali, diventa un vero e proprio pantheon di propaganda dinastica.
Il trampolino per l'Europa: il pennello di Matteo Giovannetti
Ma c'è un frammento in questa chiesa che, da solo, vale l'intero viaggio. Spingiamoci verso la nicchia trecentesca attribuita a Matteo Giovannetti, databile intorno al 1340. Davanti a questa Crocifissione di squisita fattura, che ancora riecheggia le delicatezze senesi di Simone Martini, non stiamo guardando l'opera di un semplice frescante di provincia.
Stiamo assistendo alla genesi di un genio assoluto. Quel giovane artista viterbese, che qui affina la sua mano e il suo sguardo, farà a breve i bagagli. Attraverserà le Alpi e varcherà le porte del Palazzo dei Papi di Avignone, in Francia, divenendo il pictor pape ufficiale. Sue saranno le inestimabili decorazioni delle cappelle di San Marziale e San Giovanni. Questa nicchia è la prova tangibile che la Viterbo del Trecento non era un capoluogo di confine, ma una scintillante fucina di talenti capace di forgiare i protagonisti del Gotico Internazionale.
I segreti tra il buio della terra e il colore del cielo
Il nostro viaggio si conclude con due movimenti opposti: uno verso il basso, l'altro verso l'alto.
Scendiamo le ripide scalette del presbiterio e veniamo inghiottiti nell'oscurità della cripta a deambulatorio: è il grembo più antico della chiesa, l'esatto luogo in cui i pellegrini dell'XI secolo si inginocchiavano. Poi, risaliamo e pieghiamo la testa all'indietro. Sopra di noi, il soffitto ligneo a capriate si dispiega come un arazzo vertiginoso composto da 2600 pianelle in cotto finemente dipinte. Cercate con lo sguardo le scene di aratura: sono l'omaggio all'Ars Bubulcorum, la potente Arte dei Bifolchi che elesse questa chiesa a sua sede.
E furono proprio i bifolchi, secondo una radicata leggenda, a donare alla chiesa il suo tesoro devozionale più grande: il rarissimo trittico duecentesco del Salvatore dipinto su cuoio. Si narra che nel 1283, arando un campo, due buoi si fossero improvvisamente inginocchiati, rifiutandosi di avanzare. Sotto la terra smossa dal vomere si celava un forziere con l'immagine sacra, probabilmente nascosta decenni prima per salvarla dalla furia distruttrice delle truppe di Federico II durante il sanguinoso assedio del 1243.
Un ultimo sguardo a queste pietre, prima di uscire. Ogni scanalatura, ogni colore sbiadito, ogni lapide consumata di Santa Maria Nuova ci ricorda che la storia non è una materia inerte chiusa nei polverosi archivi, ma un racconto vivo che respira ancora oggi, sotto i nostri occhi.
Classe '85, giornalista, laureato in Scienze della Comunicazione, ho raccontato la politica, la cronaca e la cultura per testate locali e nazionali, tra cui Il…