La nuda pietra sotto i fiori: viaggio verticale nella Viterbo medievale a San Pellegrino
Mentre la città si prepara a sbocciare per San Pellegrino in Fiore, richiamando migliaia di visitatori tra i suoi vicoli colorati, c'è un'altra Viterbo che aspetta di essere ascoltata. È una Viterbo verticale, fatta di nuda pietra, che si erge silenziosa e imperitura ben al di sopra delle logge e dei balconi in fiore.
Nel Medioevo, questa città non era un semplice borgo pittoresco, ma una vera e propria culla di civiltà, un crocevia brutale e magnifico che ha deviato il corso della Storia europea. Città imperiale e Città dei Papi, Viterbo fu la roccaforte incrollabile che nel 1243 riuscì a umiliare e respingere l'esercito di Federico II di Svevia, lo Stupor Mundi, innescando la fatale disfatta dell'imperatore. I suoi abitanti, fieri e insofferenti a qualsiasi giogo, hanno sempre rivendicato un carattere poco incline a servire: sono gli stessi cittadini che, esasperati dall'immobilismo cardinalizio, arrivarono a scoperchiare il tetto del Palazzo dei Papi, costringendo di fatto la Chiesa a istituire il primo vero "Conclave" (codificato poi dalla costituzione apostolica Ubi Periculum).
Tutto questo riecheggia ancora oggi tra i sussurri del peperino. Le altissime torri che svettano sullo skyline cittadino — fiere superstiti a guerre, spietate vendette tra nobili famiglie e persino ai pesanti bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale — sono i testimoni muti di quest'epoca dorata.
In concomitanza con i giorni di festa, vi invitiamo a fare qualcosa di inaspettato: alzare lo sguardo dai fiori al cielo. Seguiteci in un viaggio a piedi nel tempo e nello spazio, un itinerario che parte dalla sede del potere civico in Piazza del Plebiscito per addentrarsi, passo dopo passo, nel cuore di pietra pulsante di San Pellegrino.
Il battito meccanico del Comune: la Torre Civica dei Priori
Il nostro percorso verticale inizia dal cuore politico di quella che un tempo era chiamata "la città delle cento torri" (sebbene gli storici ne abbiano censite addirittura 197). In Piazza del Plebiscito, slanciata nel cielo per 44 metri — che diventano 50 con l’armatura ferrea — si erge la Torre dei Priori, nota anche come Torre dei Monaldeschi. Eppure, proprio sul nome aleggia un mistero: sebbene legata alla potente famiglia orvietana che estese i suoi rami fino a Viterbo, non esistono prove araldiche certe su questa specifica struttura, quasi a voler ribadire la sua natura puramente pubblica e "di popolo".
Nel Medioevo, l’importanza di questa torre non risiedeva solo nella mole. Era un miracolo di ingegneria. Già nel 1424, il mastro Giacomo Del Vecchio di Niccola vi installò uno dei primi orologi pubblici d’Italia capace di battere le ore (a Roma ne era apparso uno simile solo pochi anni prima). Era il battito cardiaco della città: un congegno costato 120 ducati d'oro che mostrava persino le fasi del sole e della luna, sorvegliato giorno e notte da guardie armate affinché il tempo di Viterbo non si fermasse mai.
Ma la pietra, sotto il peso della storia, può cedere. In "un'ora di notte" del dicembre 1487, un boato squarciò il silenzio di Piazza del Plebiscito: la torre originaria rovinò su se stessa, sventrando il Palazzo del Podestà. La ricostruzione fu immediata e fiera, ultimata nel 1489 da Matteo di Maestro Paulo. Per l'occasione, i Priori vollero che la facciata verso la piazza fosse decorata a graffito, un tocco di sfarzo per celebrare la rinascita del simbolo cittadino.
La torre ha sempre parlato attraverso le sue campane. Quella storica del 1488 diede il suo ultimo rintocco "di sfida" nel 1798, chiamando i viterbesi alla resistenza contro le truppe napoleoniche. Dopo la resa, i francesi ne imposero la deposizione come atto di umiliazione. Dopo secoli di rintocchi, fulmini e persino bizzarre trasformazioni — come la pagoda cinese montata sulla sommità nel 1833 — grazie ai recenti restauri (cominciati nel 2025) questo gigante di peperino tornerà finalmente visitabile entro fine 2026.

Il testimone di sangue e la misura del mercato: la Torre del Borgognone
Lasciandoci alle spalle l'orologio dei Priori, muoviamo i nostri passi lungo l'asse di via San Lorenzo. In pochi istanti si apre davanti a noi Piazza del Gesù. Oggi è un angolo vivace, ma nel Duecento — quando ancora si chiamava Piazza San Silvestro — era il vero epicentro politico ed economico della Viterbo comunale, nonché la scena del crimine più efferata dell'epoca: il brutale omicidio di Enrico di Cornovaglia all'interno dell'omonima chiesa.
A vegliare, silenziosa e arcigna, su quel sagrato un tempo macchiato di sangue, c'è la Torre del Borgognone. Dimenticate lo slancio aggraziato della torre civica: questa struttura, che si eleva tra i 25 e i 30 metri, incarna il puro spirito bellico medievale. Si presenta tozza e inespugnabile, con i suoi grandi conci di pietra a vista e un portale d'ingresso sorretto da severe mensole gotiche.
Il nome evoca una stirpe antichissima: i Borgognone, eredi dei signori di Salce e feudatari del castello di Respampani, furono tra le primissime famiglie di potere a insediarsi nella nascente Civitas Nova viterbese. Ma il dettaglio più viscerale di questa torre, riportato dallo storico Cesare Pinzi, si nascondeva alla sua base. Lì, incisa direttamente nel peperino, vi era la sagoma del "piede" di Messer Angelo Borgognone. Non era un vezzo, ma la legge inconfutabile della città: decuplicando quella misura si otteneva il "Passo del Comune", il metro ufficiale a cui ogni mercante doveva rigidamente attenersi, norma inserita negli statuti cittadini del 1251. Oggi quel segno è svanito, ma la torre resta l'antico garante di pietra dell'onestà cittadina.
Il limite del cielo e l'orgoglio di pietra: la Torre di Bramante
Riprendendo il cammino lungo l'asse di via San Lorenzo, ci lasciamo alle spalle Piazza del Gesù per sfociare nell'ombrosa e suggestiva Piazza della Morte. Da questo snodo cruciale, volgendo lo sguardo in avanti, ci appare il Ponte del Duomo (Ponte San Lorenzo), l'antica struttura in origine etrusco-romana e poi medievalizzata che fa da cerniera con il luminoso colle papale.
È salendo proprio su questo ponte e sporgendosi dal parapetto — per guardare prima giù nel precipizio di via Sant'Antonio e poi su, oltre le eleganti bifore — che ci si imbatte nella fiera Torre di Bramante (o Braimando).
Questa struttura è una cicatrice vivente. Nel 1244, durante la feroce ribellione contro l'imperatore Federico II di cui parlavamo all'inizio, i partigiani imperiali si asserragliarono proprio qua dentro. La torre fu presa d'assalto dalla furia dei cittadini viterbesi, ma a differenza di molti altri edifici, resistette all'urto, diventando il simbolo di quella storica vittoria.
Ma la Torre di Bramante non era solo un baluardo militare, era il vero e proprio "tetto" legale della città. Così come il Borgognone dettava la misura orizzontale del mercato con il suo piede, questa torre dettava la misura verticale dello skyline. Lo Statuto cittadino del 1251 parlava chiaro: a Viterbo era severamente vietato costruire edifici o torri private che la superassero in altezza. Chi osava sfidare questo divieto architettonico andava incontro a una multa salatissima di 50 libre. Era il metro di paragone dell'ambizione nobiliare.
L'attaccamento viscerale, quasi folle, dei viterbesi verso questi giganti si manifestò in tutta la sua potenza due secoli dopo. Nel 1472, come riportano le cronache citate da Noris Angeli, la torre stava letteralmente cadendo a pezzi, solcata da paurosi crepacci. I proprietari, temendo il peggio, ne chiesero formalmente l'abbattimento per motivi di pubblica sicurezza. La risposta dei magistrati cittadini (tra cui figurava un esponente della famiglia Gatti) fu un capolavoro di orgoglio medievale: la richiesta venne respinta. Le torri, decretarono le autorità, rappresentavano "la forza e la nobiltà" della città, e l'abbattimento di una sola di esse avrebbe recato immensa vergogna a Viterbo. Pur di non intaccare il loro glorioso panorama verticale, i viterbesi erano disposti a rischiare un crollo catastrofico sulle proprie teste.
Check-point San Pellegrino: la Magione Gattesca e le sentinelle sul fosso
Continuando a scendere, le strade si stringono e si ramificano sempre di più e in quel dedalo di vicoli gli archi a cavalcavia iniziano a oscurare il cielo. Ci addentriamo nel cuore di San Pellegrino, un quartiere medievale quasi intatto e testimone della Storia. Oggi lo ammiriamo decorato da fiori, tavoli e un piacevole brusio di vita anche fuori dai giorni dell'evento floreale, ma nel Duecento questo intrico di vicoli era una gigantesca macchina da guerra in peperino. Sulle facciate di molti palazzi si notano ancora le "buche pontaie", fori che venivano usati per incastrare travi di legno e creare ballatoi sospesi da cui tempestare i nemici sottostanti. Molte torri qui appaiono "mozzate": la damnatio memoriae dell'epoca prevedeva infatti di abbassare a colpi di piccone le torri delle famiglie sconfitte.
Siamo entrati in quella che le cronache definiscono la "Magione Gattesca", il feudo inespugnabile della potente famiglia guelfa dei Gatti, disseminato di case-torri. Lo si capisce osservando il fianco del quartiere che guarda verso Valle Faul. Qui sorge la Torre Scaccia (storicamente legata ai Gatti) e, poco più in là, la Torre del Fosso. Quest'ultima è l'esatto opposto di un vezzo estetico: bassa, larga e massiccia, fu eretta con un preciso scopo tattico. Fungeva da "tappo", sbarrando l'accesso al quartiere a chiunque tentasse un assalto risalendo dal profondo vallone sottostante. Erano le vere trincee di pietra della città.
Il grattacielo del Duecento e il "falso storico": la Torre degli Alessandri
Superate le difese perimetrali, giungiamo in Piazza San Pellegrino. Qui lo sguardo viene rapito da un autentico "grattacielo" del Duecento: una struttura snella e altissima che domina lo skyline viterbese.
Su questo gigante pende un affascinante equivoco popolare. Tutti a Viterbo la chiamano "Torre Scacciaricci", ma si tratta di un falso storico sedimentato nei secoli. Come confermano storici del calibro di Cesare Pinzi e Andrea Scriattoli, e successivamente dal compianto Noris Angeli, quella che ammiriamo è in realtà la Torre degli Alessandri. Gli Alessandri erano una potentissima famiglia di origine franca che in questo quartiere arrivò a possedere ben sette torri. La vicinanza con le proprietà dell'altrettanto nota famiglia Scacciaricci ha finito per fondere i nomi nella memoria collettiva.
Accanto alla torre principale, incastonata nel magnifico Palazzo degli Alessandri, si nota un'altra struttura più bassa e dotata di finestre: è l'archetipo perfetto della "casa-torre", che univa la sfarzosità della residenza alla sicurezza del fortilizio. Sorprendentemente, a differenza dei monumenti pubblici, dietro queste mura spesse quasi un metro si celano ancora oggi moderni appartamenti privati.
All'ombra della Francigena
Il nostro viaggio verticale termina qui, riabbassando lo sguardo verso il selciato. C'è un paradosso affascinante in tutto questo: mentre i nobili si davano lotta "senza quartiere" dall'alto delle loro fortificazioni o subivano la mozzatura delle torri per ripicca politica, sotto i loro piedi scorreva incessante il flusso della preghiera europea.
Via San Pellegrino ricalca l'autentico tracciato urbano della Via Francigena. Sotto queste stesse sentinelle di pietra, per secoli, pellegrini sfiniti provenienti da mezza Europa hanno camminato diretti a Roma. E in fondo, l'anima di quel tempo non si è mai spenta: ancora oggi, al civico 49, l'antico Ospitale del Pellegrino continua ad accogliere i viandanti moderni, dimostrando che mentre le faide nobiliari si sono ridotte al silenzio, la vera vocazione di queste antiche strade ha continuato a respirare.
Classe '85, giornalista, laureato in Scienze della Comunicazione, ho raccontato la politica, la cronaca e la cultura per testate locali e nazionali, tra cui Il…