Oltre la pietra: l'archeologia diventa esperienza. Intervista al Dott. Saverio Giulio Malatesta sul futuro digitale di Viterbo

Oltre la pietra: l'archeologia diventa esperienza. Intervista al Dott. Saverio Giulio Malatesta sul futuro digitale di Viterbo

di Diego Galli

L'archeologia contemporanea non si ferma allo scavo, ma si proietta nel futuro attraverso le nuove tecnologie. Per comprendere come il digitale stia rivoluzionando la lettura e la valorizzazione del patrimonio storico, rendendolo accessibile e tangibile per tutta la comunità, abbiamo intervistato il Dott. Saverio Giulio Malatesta, archeologo esperto in tecnologie digitali del DIGILAB della Sapienza Università di Roma (laboratorio Archeo&Arte3D).

In questa lunga e densa chiacchierata, affrontiamo temi cruciali per la nostra città: dal progetto Oltre la pietra e il Palazzo di Federico II, alle future indagini al Colle del Duomo, fino a sfatare i falsi miti sui fondi pubblici destinati alla cultura.

Dottor Malatesta, il suo lavoro al DIGILAB della Sapienza si concentra sull'applicazione delle tecnologie digitali ai beni culturali. Oggi quanto è diventato cruciale il passaggio dai dati puramente accademici di uno scavo o di una ricerca alla loro 'traduzione' in qualcosa di visibile e tangibile? Quanto aiuta, la realtà virtuale o il 3D, a far sì che i cittadini possano davvero comprendere e riappropriarsi delle proprie radici storiche?

La "traduzione", intesa come spiegazione e contestualizzazione, e non come semplice trasmissione, del dato non è più la fase finale e accessoria della ricerca, è diventata la prova del nove della sua utilità civile e politica, nel suo senso più ampio e puro del termine – ossia come qualcosa al servizio di una intera comunità (polis indica proprio questo, l’insieme delle persone che condividono determinati valori).

Per generazioni l'archeologia ha prodotto conoscenza di altissimo livello che però restava cifrata in un linguaggio per soli iniziati - matrici stratigrafiche, periodizzazioni, piante di fase: tutto assolutamente indispensabile, ma tutto di fatto inaccessibile alla comprensione dei non specialisti, e conseguentemente invisibile al cittadino. La realtà virtuale, il 3D, i gemelli digitali non abbelliscono quel sapere per renderlo digeribile: lo trasformano in esperienza percettiva. In questo passaggio compiono quell’atto che considero quasi politico, cioè restituiscono il patrimonio ai suoi legittimi proprietari ed eredi: la cittadinanza, la comunità.

Al Centro interdipartimentale di ricercar DigiLab di Sapienza Università di Roma, col laboratorio Archeo&Arte3D lavoro da anni esattamente su questa frontiera - la computer science for humanities - tenendo insieme tre fondamenta che per me non sono uno slogan, ma un metodo: cultura, creatività, comunità.

"La tecnologia conta solo quando innesca un processo di riappropriazione: altrimenti è un bel giocattolo."

Il caso che porto sempre come paradigma è "Oppido Reborn". Oppido Vecchia, in Calabria, è una città medievale abbandonata dopo il grande terremoto del 1783: la popolazione si spostò e rifondò l'abitato altrove, ma il legame con il sito d'origine non è mai morto, è rimasto come una memoria sospesa tra le rovine. Lì abbiamo analizzato l'intero tessuto urbanistico con tecniche non invasive - rilievo LiDAR, fotogrammetria, modellazione - arrivando a proporre una restituzione e una ricostruzione tridimensionale dell'abitato, in sinergia con Soprintendenza e Comune. La volontà è stata non quella di realizzare un rendering suggestive, ma restituire a una comunità un pezzo del proprio sé collettivo.

La stessa logica ha animato esperienze "dal basso" come #mAppiaM, dove il patrimonio diffuso lo hanno mappato i cittadini stessi, o i progetti di accessibilità - penso alla stampa 3D del Mosè di Michelangelo a San Pietro in Vincoli per un percorso tattile dedicato ai non vedenti, o all'acquisizione integrale dei circa 200 metri del fregio della Colonna Traiana trasformata in un'installazione immersiva.

Il filo è sempre lo stesso: il digitale è potente quando smette di essere spettacolo e diventa specchio. Ti permette di entrare in un edificio scomparso, di capire perché la tua piazza ha quella forma, di toccare con le dita ciò che è troppo in alto per essere visto. È in quel momento preciso - e non prima - che le radici tornano davvero a essere tue, è con quel processo che inneschi una crescente consapevolezza verso il bene culturale, nella direzione di bene comune, da difendere e per il quale spendersi.

Elaborazioni grafiche e 3d dei rilievi effettuati a Oppidium
Elaborazioni grafiche e 3D dei rilievi effettuati a Oppido

Spesso, purtroppo, una parte dell'opinione pubblica fatica a comprendere perché vengano destinati fondi pubblici, a volte anche ingenti, alle indagini archeologiche, bollandole come uno 'sperpero'. Come possiamo, attraverso una narrazione digitale efficace, scardinare questa mentalità e dimostrare che la ricerca storico-archeologica è un investimento vitale, capace di generare un ritorno enorme in termini di turismo, indotto economico e valorizzazione del territorio?

L'idea che in Italia si destinino ingenti fondi pubblici ingenti alla ricerca archeologica è semplicemente un mito da sfatare alla radice: è vero anzi l'esatto contrario. L'archeologia di ricerca - quella che scava per conoscere, non perché costretta da alter contingenze, come dirò a breve - è tra i settori più precari e peggio retribuiti del Paese.

Secondo l'indagine DISCO della Confederazione Italiana Archeologi, l'archeologo medio in Italia è un libero professionista a partita IVA, spesso una donna intorno ai trentasette anni, con una laurea e per giunta una specializzazione o un dottorato alle spalle, che porta a casa un reddito annuo di poco superiore ai diecimila euro. Stiamo parlando di una delle figure più qualificate dell'intero panorama culturale, pagata meno di quasi ogni altro professionista con un titolo equivalente. I soldi pubblici dedicati alla pura ricerca sono pochissimi, e il poco che si muove è il frutto di università, CNR, scuole di specializzazione e di una manciata di concessioni ministeriali, sostenute spesso dalla passione e dal lavoro gratuito di chi le conduce.

E allora da dove arrivano le cifre che a volte fanno gridare allo sperpero? Quasi sempre da un meccanismo completamente diverso, che il grande pubblico non conosce o ignora: l'archeologia preventiva. Dal 2006, e poi con il Codice dei Contratti, è entrato nel nostro ordinamento il principio per cui chi realizza un'opera — una metropolitana, un gasdotto, una strada, un cantiere del PNRR — si fa carico dei costi delle indagini archeologiche connesse a quel lavoro. È il principio internazionale del polluter pays: chi mette mano al territorio ne paga la verifica del sottosuolo.

La conseguenza è che la stragrande maggioranza dell'archeologia odierna “da campo” non è ricerca finanziata dallo Stato Italiano per produrre conoscenza, ma attività imposta dalla legge a un cantiere e pagata dal committente, pubblico o privato che sia. Quei soldi, dunque, non sono un costo "per l'archeologia": sono un costo dell'opera, esattamente come lo sono i collaudi statici o le bonifiche ambientali. E sono soldi che fanno risparmiare, perché un'opera che si imbatte in un ritrovamento non previsto va incontro a blocchi, contenziosi e ritardi infinitamente più costosi di una verifica fatta a monte. L'archeologia preventiva, in altre parole, non è un freno allo sviluppo: è una forma di assicurazione che lo rende più rapido e più sicuro.

"Il denaro sperperato non è quello speso per portare alla luce un contesto, ma quello di un contesto scavato e poi lasciato muto."

C'è poi un paradosso ancora più amaro, e che mi tocca da vicino come studioso: in questo sistema si paga lo scavo, perché è obbligatorio per costruire, ma quasi mai si paga il post-scavo - cioè lo studio, l'interpretazione, la pubblicazione dei dati, la parte che trasforma uno scavo in conoscenza. È la fase più nobile del mestiere dell’archeologo, quella che dà senso a tutto il resto, e troppo spesso resta a carico del professionista, non venendo neanche riconosciuta economicamente. Si scava, si documenta, e poi quel patrimonio informativo rischia di sedimentarsi in un magazzino o in una relazione che nessuno leggerà mai.

Ecco il vero spreco: non è scavare, bensì è scavare e poi non raccontare, non tradurre. È esattamente qui che la narrazione digitale diventa decisiva, e non come maquillage per giustificare una spesa gonfiata che, lo ribadisco, in gran parte nemmeno esiste. Diventa decisiva perché è lo strumento che converte un dato altrimenti sterile in valore moltiplicato.

Un rilievo 3D, un modello interrogabile, una ricostruzione virtuale, una copia digitale perpetua: tutto questo prende il dato, sia esso frutto di una concessione di ricerca o di uno scavo d'emergenza in un cantiere, e lo restituisce sotto forma di tutela (se domani il contesto sparisce, l'informazione resta), di ricerca atta a supportare nuovi indirizzi di indagine, e di attrattore culturale ed economico. Il ritorno, quando il dato viene aperto e valorizzato, si dispiega su tre filiere insieme: conoscenza, salvaguardia, indotto turistico e territoriale. E si moltiplica ulteriormente con la logica degli open data, che porto avanti da anni nella comunità ArcheoFOSS: un dato chiuso genera valore una volta sola, un dato aperto lo genera ogni volta che qualcuno - un ricercatore, un'impresa culturale, una guida turistica, uno sviluppatore – lo utilizza per costruirci sopra qualcosa di nuovo.

In sintesi, capovolgerei l'intera questione: il problema dell'Italia non è che spende troppo per l'archeologia, ma che spende pochissimo per la ricerca vera e quasi nulla per restituirne i frutti. La narrazione digitale serve a scardinare un pregiudizio mostrando che la conoscenza del passato non è una voce passiva di bilancio, ma un'infrastruttura immateriale su cui un territorio puà costruire, attivamente e in modo crescent, il proprio futuro. E come ogni infrastruttura, non si giudica da quanto costa realizzarla, ma da quanto valore andrà a generare negli anni a venire.

lidar
Il LiDAR (acronimo di Light Detection and Ranging) è una tecnologia di telerilevamento attivo che emette impulsi di luce laser per misurare le distanze e mappare ambienti 2D e 3D con estrema precisione

Veniamo a Viterbo. Lei collabora all'ambizioso progetto 'Oltre la pietra' insieme ad ArcheoAres e al Comune. Uno degli elementi di maggior fascino è sicuramente il lavoro di digitalizzazione legato al Palazzo di Federico II. Quali sono state le sfide principali nell'affrontare un monumento così stratificato e quali nuove prospettive, non solo di fruizione turistica ma anche di studio, ha aperto questa ricostruzione?

"Oltre la Pietra" nasce da un'intuizione semplice e ambiziosa insieme: andare oltre ciò che vediamo ogni giorno camminando tra le vie di peperino, per coglierne il peso reale nella storia. È un'idea germogliata sul territorio, dall'archeologo Gianpaolo Serone e dalla società ArcheoAres, capofila del Progetto - costituendo quell'eccezione virtuosa allo scenario delineato in precedenza: non è archeologia d'emergenza strappata a un cantiere, ma un investimento volontario in conoscenza e valorizzazione da parte di un privato in collaborazione con l'amministrazione comunale, modello che da noi scarseggia e che andrebbe moltiplicato.

Il DigiLab ha sposato il progetto fin dagli albori portandovi le competenze del laboratorio Archeo&Arte3D, supportandone la co-progettazione. Quello che mi affascina di questa esperienza è che non è un singolo cantiere, ma un metodo con cui un'intera città ha deciso di leggere il proprio passato: con rigore scientifico e, allo stesso tempo, con responsabilità culturale verso i propri cittadini. La memoria digitale che costruiamo non è un archivio polveroso, è uno strumento vivo di conoscenza: una città che si limita a custodire si ferma, una città che interpreta continua a produrre senso.

La sfida più grande, in questo senso, è stata insita nell'oggetto stesso del lavoro: Viterbo è uno dei centri medievali meglio conservati in assoluto, eppure largamente inesplorato, una città viva e stratificata in cui non puoi semplicemente "scavare" perché il passato è sotto le case, sotto l'asfalto, dentro le murature di edifici ancora abitati. La prima fase, quella sperimentale, ha affrontato proprio questo nodo concentrandosi sulla digitalizzazione dei principali monumenti viterbesi attraverso la scansione laser 3D ad alta precisione: documentare, conservare e valorizzare in un colpo solo.

È qui che la tecnologia mostra la sua poliedricità - l'acquisizione tridimensionale di un edificio o di un ambiente consente applicazioni che spaziano dalla tutela alla ricerca alla fruizione - e che prende corpo il concetto a cui tengo di più, quello di copia digitale perpetua: se domani un monumento dovesse subire un danno, l'informazione resta, integra e interrogabile per sempre.

Ma c'è una seconda sfida, non meno impegnativa di quella tecnica, ed è quella del fare rete. "Oltre la Pietra" funziona perché tiene insieme attorno allo stesso tavolo soggetti che di norma lavorano separati: il Comune di Viterbo, che lo sostiene come main sponsor e ne ha fatto il proprio metodo di lettura del territorio; l'Università degli Studi della Tuscia, con la cattedra di archeologia medievale del professor Giuseppe Romagnoli; il DigiLab della Sapienza per la parte digitale; la Diocesi di Viterbo; e tanti altri attori locali. Far dialogare università, amministrazione, Chiesa, soprintendenza e presenza locale è un lavoro di regia delicato quanto un rilievo, ma è anche ciò che dà al progetto la sua forza: un ponte reale tra la ricerca accademica e la cittadinanza. La triade su cui fondo il mio lavoro - cultura, creatività, comunità - qui prende corpo proprio nel terzo termine.

Il Palazzo di Federico II è, in questo disegno, il capitolo più emblematico, ma resta appunto un capitolo. Affrontare un complesso scomparso da quasi otto secoli - costruito dallo Stupor Mundi dal 1243 e poi demolito e fagocitato dalla città - ci ha costretti, come gruppo di lavoro unitario, a perfezionare una catena metodologica completa: laser scanner e fotogrammetria per la base metrica, rilievi multispettrali per leggere ciò che l'occhio non vede, fino all'addestramento di un agente di intelligenza artificiale capace di segmentare la stratigrafia delle murature.

Le nuove prospettive, allora, sono due e camminano insieme. Sul piano della fruizione turistica, "Oltre la Pietra" restituisce ai viterbesi e ai visitatori una città dalla profondità inattesa, un asset competitivo concreto nella prospettiva del Giubileo e della candidatura a Capitale Europea della Cultura 2033. Sul piano dello studio il progetto produce un corpus di dati interrogabili, riusabili e cumulativi, che non si esaurisce nel singolo risultato ma si arricchisce a ogni nuova campagna, aprendo domande di ricerca che fino a ieri non erano nemmeno formulabili. "Oltre la Pietra", in fondo, è esattamente questo: non un punto di arrivo su un monumento, ma un modo nuovo e permanente di essere in dialogo con la storia di una città intera.

Nel progetto su Federico II avete addestrato un'intelligenza artificiale capace di leggere la stratigrafia delle murature: quali sono, per uno studioso, le opportunità reali e i rischi da non sottovalutare?

L'intelligenza artificiale, nel nostro lavoro, è già una realtà concreta e non una promessa: nel caso del Palazzo di Federico II è stato addestrato un agente capace di segmentare la stratigrafia muraria in pochi secondi, un compito che a mano richiederebbe settimane di occhio esperto; in altri progetti usiamo l'AI per servizi al pubblico, per il marketing culturale calibrato sui territori, per sistemi come HerMeS (sistema di raccomandazione culturale sviluppato con il CNR ISPC) o per logiche di tipo GeoAI applicate alla lettura dei dati storiografici.

"L'AI consente di interrogare moli di dati che la sola forza umana non riuscirebbe mai ad attraversare, di accelerare la parte ripetitiva del mestiere liberando lo studioso per ciò che la macchina non sa fare: interpretare, contestualizzare, dare senso."

Le opportunità sono enormi e si riassumono in una parola: scala. Ma qui scatta il rischio, il confine tra il dato e l'invenzione. Una macchina generativa, per costruzione, produce ciò che è verosimile, non necessariamente ciò che è vero. Se le si chiede di "completare" una muratura mancante, la riempirà in modo plausibile e seducente - e se quella plausibilità non viene dichiarata come ipotesi, abbiamo fabbricato un falso storico ad altissima definizione. È il pericolo più insidioso dell'epoca digitale: non l'errore evidente, ma la menzogna elegante. A questo si aggiungono i bias dei dataset di addestramento, che possono proiettare sul passato categorie e pregiudizi del presente, e la tentazione, tutta economica, di usare l'AI per sostituire la competenza anziché per potenziarla.

La mia posizione è netta e la applico in laboratorio: l'AI è un copilota, mai un oracolo. Tre regole, per me, non sono negoziabili. Primo, tracciabilità: ogni risultato deve poter essere ricondotto al dato di partenza e al procedimento, altrimenti non è scienza ma magia. Secondo, distinzione esplicita tra attestato e ricostruito: nei nostri modelli ciò che è documentato e ciò che è ipotizzato devono essere visivamente e dichiaratamente diversi. Terzo, apertura: dati e metodi aperti - è la filosofia che porto avanti ad esempio con ArcheoFOSS - perché solo ciò che è verificabile da altri è davvero affidabile. Usata così, l'AI non toglie il mestiere: costringe a fare meglio la parte più nobile del nostro mestiere, che è il giudizio critico. Usata male, ci consegna un passato confortevole e finto. La differenza non la fa l'algoritmo: la fa l'onestà intellettuale di chi lo guida.

saverio giulio malatesta intelligenza artificiale
Il dott. Malatesta durante un intervento sull'importanza di AI e VR per la valorizzazione culturale, presso la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico, Paestum

I rilievi e le digitalizzazioni non si fermano a una singola struttura. Alla luce del lavoro fatto finora con 'Oltre la pietra', quali sono i futuri studi o i prossimi passi che ne conseguiranno? Ci sono altre aree della Viterbo medievale su cui state già puntando l'attenzione per le prossime esplorazioni non invasive?

"Oltre la Pietra" è nato come metodo replicabile, non come cantiere isolato. La traiettoria già pianificata porta, nel periodo 2024–2027, all'area del Poggio del Tignoso, con la valorizzazione prioritaria del complesso federiciano e, a seguire, l'attenzione al patrimonio monastico e conventuale che storicamente ne ha occupato lo spazio.

La visione di medio periodo, però, è dichiaratamente infrastrutturale. L'obiettivo è estendere progressivamente la campagna di acquisizione a tutto il patrimonio cittadino fino a costruire un sistema digitale integrato del centro storico. Non è un'utopia: su questa idea di rete museale integrata al paesaggio storico urbano ho già lavorato a Roma con Mirror LAB, e nella Tuscia sis ta realizzando, grazie a finanziamenti regionali come l'avviso DTC2 di Lazio Innova e alla collaborazione con Archeoares e la Diocesi, una rete integrata di musei e monumenti del territorio, con azioni di rilievo e videomapping già avviate nella stessa Viterbo. La Tuscia medievale è il terreno ideale per portare questo modello a scala di città. Le prossime esplorazioni non invasive guarderanno proprio agli isolati che custodiscono, sotto l'abitato vivente, le fasi più antiche e ancora mute della storia urbana.

Poggio del Tignoso, resti del Palazzo dei Federico II a Viterbo
Poggio del Tignoso, resti del Palazzo dei Federico II a Viterbo

Una pietra può durare millenni, mentre un file rischia di diventare illeggibile in pochi anni. Come si garantisce che tutto questo immenso lavoro di digitalizzazione non vada perduto?

C'è un paradosso quasi crudele nel nostro lavoro: noi digitalizziamo la pietra perché è fragile, ma il supporto su cui la salviamo è spesso più fragile della pietra stessa. Un muro romano ha attraversato due millenni; un formato di file proprietario può diventare illeggibile in dieci anni, un supporto fisico degradarsi in venti, un software essere dismesso dall'azienda che lo possedeva senza che nessuno ce ne chieda il permesso. Gli studiosi la chiamano "era oscura digitale", e non è fantascienza: è un rischio attivo, qui e ora. Quando dico "copia digitale perpetua" non intendo dunque un oggetto che si crea una volta e dura per sempre da solo. Intendo un impegno perpetuo, un patto di manutenzione che la comunità si assume. La perpetuità del digitale non è una proprietà del file: è una responsabilità delle istituzioni.

Per questo la sostenibilità del dato, per me, non è un tecnicismo da addetti ai lavori ma una questione etica e politica, ed è il cuore di battaglie che porto avanti da anni nella comunità ArcheoFOSS, attiva dal 2006 proprio per promuovere metodologie e tecnologie aperte nei Beni Culturali. La risposta sta in alcune scelte precise.

Primo, i formati aperti: salvare in standard liberi e documentati, non in formati proprietari che ti tengono in ostaggio, perché un dato che dipende da un'unica azienda è un dato a tempo. Secondo, i principi che la comunità scientifica riassume nell'acronimo FAIR — dati reperibili, accessibili, interoperabili e riusabili — accompagnati da metadati robusti, perché un modello 3D senza la documentazione di come, quando e con quale margine è stato prodotto è quasi inutile per la ricerca futura. Terzo, gli open data e i repository istituzionali affidabili, con politiche di migrazione periodica: il dato va "traghettato" di formato in formato man mano che la tecnologia cambia, esattamente come un manoscritto antico va ricopiato per sopravvivere ai secoli.

"La vera garanzia di sopravvivenza non è il caveau, è la condivisione. Stiamo costruendo gli archivi del XXI secolo: se li chiudiamo a chiave in formati e supporti effimeri, consegneremo alle generazioni future scatole vuote."

E qui c'è anche un risvolto democratico che mi sta a cuore: un dato chiuso muore con chi lo detiene, un dato aperto vive perché molti hanno interesse a tenerlo vivo. Se li teniamo aperti, manutenuti e condivisi, costruiremo davvero quella memoria perpetua che promettiamo. La scelta è interamente nostra, ed è di oggi.

Facciamo un distinguo: oltre al Polo Monumentale che stiamo imparando a conoscere anche digitalmente, sappiamo che ci sono in corso importantissime indagini archeologiche nell'area retrostante il Colle del Duomo. Pur non essendo lei direttamente coinvolto in quello scavo specifico, come immagina che il suo lavoro e le tecnologie del DIGILAB potrebbero, in un prossimo futuro, intervenire per restituire alla popolazione i frutti di quelle scoperte, rendendoli 'vivi' prima ancora che vengano musealizzati in senso classico?

Su questo fronte non siamo spettatori: parteciperemo direttamente alle indagini con il rilievo GPR, cioè con la prospezione georadar dell'area. È un coinvolgimento che mi entusiasma, perché si tratta di uno dei contesti più affascinanti dell'intera città - il giardino retrostante la cattedrale e il palazzo vescovile, un'area rimasta sigillata dalla fine del Quattrocento e dunque un autentico scrigno stratigrafico - e perché l'indagine è condotta da una squadra di altissimo livello: l'Università degli Studi della Tuscia col coordinamento sul campo del prof. Giuseppe Romagnoli, la Diocesi che l'ha fortemente voluta, la Soprintendenza dell'Etruria Meridionale a supervisione, e la collaborazione internazionale con l'Università Cattolica di Lublino. La posta in gioco è di rilievo: si insegue nientemeno che la domanda delle origini di Viterbo – l’individuazione di tracce del castrum altomedievale sul limes longobardo-bizantino e la possibile, suggestiva presenza di un insediamento etrusco sotto il nucleo da cui è germinata la città medievale.

Il nostro tassello, il georadar, è perfettamente coerente con la filosofia non invasiva che governa l'intero Progetto “Oltre la pietra”. Il GPR funziona inviando nel sottosuolo impulsi elettromagnetici e leggendo i segnali che tornano indietro riflessi dalle discontinuità - murature sepolte, vuoti, cavità, strutture, sepolture. In pratica ci permette di "Vedere” sotto terra senza scavare, restituendo una mappa tridimensionale di ciò che si nasconde sotto il giardino vescovile prima ancora che la trowel tocchi il suolo.

Ma è proprio a partire da quel contributo tecnico che si apre la prospettiva che più mi sta a cuore, ed è qui che il lavoro del DigiLab non si esaurisce nel rilievo. Uno dei miei obiettivi professionali, sin dai tempi dei primi scavi da matricola universitaria, è rendere la scoperta viva prima della teca. Un sito sigillato da cinque secoli, una volta indagato, rischia altrimenti di restare per anni un'informazione tecnica chiusa nel circuito specialistico, prima di tradursi - molto più tardi - in un allestimento museale classico, come forma di disseminazione e conoscenza.

Io immagino l'inverso: un gemello digitale che cresca in parallelo alla ricerca, alimentato proprio dai nostri dati georadar e dalle acquisizioni successive, in cui le diverse fasi di scavo e documentazione siano navigabili e attivabili come strati sovrapposti, con i margini di incertezza dichiarati apertamente. Il cittadino potrebbe così vedere crescere la conoscenza in tempo reale, e capire non solo cosa si è trovato, ma come lo si è scoperto - perché il metodo, raccontato bene, è esso stesso parte della meraviglia.

Strumenti di documentazione partecipata e immediate permettono di accorciare la distanza tra il cantiere e il pubblico fino quasi ad annullarla, rendendolo partecipe, consapevole, attento alle problematiche culturali. Penso ai progetti di restituzione che abbiamo già collaudato altrove: ricostruzioni virtuali di contesti oggi inaccessibili - come la tomba etrusca Annesi Piacentini di Trevignano - percorsi immersivi, installazioni tattili.

Tutto questo, applicato al Colle del Duomo, significherebbe una cosa precisa: trasformare la lunga attesa della musealizzazione in un racconto in diretta. Non sostituire il museo - che resta il presidio scientifico della tutela e della conoscenza - ma anticiparne il senso, far sì che la comunità senta quelle origini riemergere come una scoperta condivisa e non dopo anni rispetto alla conclusione dei lavori. Partiamo dal georadar, dunque, ma l'orizzonte è quello di sempre: che la conoscenza, accadendo in pubblico mentre si forma, diventi subito patrimonio percepito e quindi patrimonio difeso.

Veduta esterna dall'area del Carmine del Palazzo dei Papi e della Cattedrale di Viterbo
Veduta esterna dall'area del Carmine della Cattedrale di Viterbo e del Colle del Duomo

Per concludere, di fronte all'esigenza sempre più forte di comunicare la storia in modo immersivo, come sta cambiando la figura dell'archeologo? Diventa inevitabilmente anche un po' un 'regista' o un narratore digitale che deve saper dialogare non solo con la terra, ma anche con le nuove generazioni?

Rispondo da una postazione un po' particolare, che è quella in cui mi riconosco di più: non parlo da archeologo che dirige uno scavo, ma da project manager culturale che di mestiere mette insieme persone, competenze e linguaggi diversi attorno a un obiettivo di senso. Sono archeologo di formazione - è la mia radice - ma il lavoro che svolgo quotidianamente è far convivere mondi che troppo spesso si parlano poco: la ricerca e la comunicazione, la verità della terra e l’intangibilità del software, l'università e l'amministrazione, lo studioso e il cittadino. E proprio da questa posizione dico che la figura che cambia non è soltanto quella dell'archeologo: è quella, più ampia, di chi fa cultura e deve decidere ogni giorno con quale senso la fa.

Il cuore della questione, per come la vivo io, è la convivenza tra due anime: quella dell'archeologo e quella del tecnologo. Sono due nature che parlano lingue agli antipodi. L'archeologo procede per dubbio, per pazienza, per rispetto del contesto: sa che un reperto deconstesutalizzato dal suo strato perde significato, che il tempo della conoscenza è lento e che la cosa più preziosa è spesso ammettere ciò che ancora non si sa, poiché la giusta domanda instrada verso una plausibile risposta. Il tecnologo, al contrario, è spinto dalla velocità, dalla scalabilità, dalla soluzione: vuole acquisire di più, più in fretta, più in grande.

Se si lascia che una delle due anime prevalga sull'altra, si sbaglia in entrambe le direzioni: un archeologo che si fa abbagliare dalla tecnologia produce spettacolo senza verità; un tecnologo che ignora il rigore archeologico produce modelli bellissimi e falsi. Il mio lavoro di project manager è esattamente tenerle in equilibrio, far sì che la velocità del digitale serva la lentezza della conoscenza e non la tradisca. È un esercizio quotidiano di traduzione e di mediazione, non un automatismo.

"Non si può più delegare ad altri la traduzione del sapere in esperienza, bisogna assumerla come parte integrante del progetto. La divulgazione non è l'appendice promozionale che si attacca alla fine: è una componente strutturale."

Sì, dunque, in questo senso chi fa cultura oggi diventa anche un po' regista e narratore - ma vorrei togliere a queste parole ogni sospetto di leggerezza, perché rischiano di essere fraintese. Per me significano un obiettivo esigente: non si può più delegare ad altri la traduzione del sapere in esperienza, bisogna assumerla come parte integrante del progetto. La divulgazione non è l'appendice promozionale che si attacca alla fine, a budget quasi esaurito: è una componente strutturale, da progettare insieme alla ricerca, con la stessa cura e con le stesse competenze. Il project manager culturale è proprio chi garantisce che questa cura non vada perduta lungo la filiera, che il dato scientifico arrivi al pubblico senza essere né tradito né banalizzato.

E qui c'è una linea che difendo con fermezza assoluta, perché è la bussola etica di tutto il mestiere: il rigore non è negoziabile, nemmeno quando - anzi, soprattutto quando - il risultato deve essere emozionante. La buona narrazione culturale fa l'opposto della cattiva spettacolarizzazione: dichiara apertamente i margini di incertezza, distingue in modo trasparente ciò che è attestato da ciò che è ricostruito per ipotesi, e arriva a rendere il metodo stesso parte del racconto. È anche per questo che difendo da sempre l'open culture e gli open data, fin dall'esperienza di ArcheoFOSS: aprire i dati significa restare onesti, perché chiunque possa verificare, contestare, correggere. La trasparenza è la migliore garanzia contro la tentazione del “bello ma falso”, ed è una scelta che spetta proprio a chi coordina, non solo a chi scava.

Infine c'è il dialogo con le nuove generazioni, che per me non è una strategia di marketing, bensì una precisa responsabilità del fare cultura. Le squadre con cui lavoro - in laboratorio, nei tirocini, nei progetti sui territori – oltre che di colleghi di rodata esperienza e affiatamento, sono fatte in larga parte di giovani per i quali le tecnologie immersive sono un idioma nativo, e parte del mio compito è proprio creare le condizioni perché archeologi, informatici, comunicatori e amministratori imparino a lavorare insieme parlando una lingua comune. È un lavoro di tessitura, prima ancora che di tecnica.

La figura che emerge, allora, non rinuncia a nulla del sapere antico - la pazienza, il dubbio, il rispetto per il contesto - ma vi aggiunge la consapevolezza che una conoscenza non condivisa con la comunità resta incompiuta. Il senso giusto del fare cultura, in fondo, sta tutto nel non sacrificarne mai nessuna delle due anime, l'archeologo o il tecnologo, vinca da sola, perché è proprio dalla loro convivenza, sempre in costante tensione, che nasce il lavoro migliore. Continuiamo a dialogare con la terra, come si è sempre fatto; impariamo, in più, a dialogare con chi quella terra dovrà amarla e proteggerla dopo di noi. È questo doppio ascolto - verso il passato e verso il futuro - la vera mutazione del nostro lavoro.

digilab sapienza
L'archeologo 2.0, una figura sempre più importante che può creare un connubio ideale tra passato e futuro

 

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Diego Galli
Autore
Diego Galli

Classe '85, giornalista, laureato in Scienze della Comunicazione, ho raccontato la politica, la cronaca e la cultura per testate locali e nazionali, tra cui Il…

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