Oltre il mito del pellegrino: fango, imperatori e mercati sulla Via Francigena. Intervista a Michele Damiani

Oltre il mito del pellegrino: fango, imperatori e mercati sulla Via Francigena. Intervista a Michele Damiani

di Diego Galli

Lasciatasi alle spalle la Viterbo duecentesca — metropoli fortificata e teatro nevralgico dello scontro tra Papato e Impero — il viaggiatore diretto a Roma affrontava la cruda realtà del cammino. L'immaginario romantico e devozionale ci ha consegnato, nei secoli, la figura eterea del viandante solitario in preghiera. Lo scavo stratigrafico e la ricerca d'archivio, al contrario, restituiscono una verità ben più complessa e spietata, fatta di usura fisica, calcoli politici, epidemie e logistica di sopravvivenza.

La Via Francigena non fu mai soltanto un corridoio spirituale. Fu la principale arteria geopolitica ed economica d'Europa, calpestata da imperatori svevi, sovrani del Nord, eserciti in marcia e masse in cerca di sussistenza, costrette a misurarsi con la dura materialità dell'accoglienza rurale e le speculazioni delle comunità locali.

Per comprendere cosa significasse fisicamente attraversare questo spazio, abbiamo deciso di interrogare chi, quel basolato, lo scava e lo studia. In questa intervista incontriamo Michele Damiani, archeologo medievalista, profondo conoscitore delle dinamiche viarie dell'Agro Veientano e anima del MAP – Museo Archeologico del Pellegrino, il museo civico del Comune di Campagnano di Roma.

Con lui, fedeli alla linea d'indagine di Viterbo Medievale, destrutturiamo le narrazioni posticce a uso turistico per far riemergere, attraverso il dato materiale e documentale, la polvere, la carne e l'autentica gravità della Storia.

Via Francigena - scorta narrante a pellegrini presso il santuario del Sorbo

Dottor Damiani, l'immaginario collettivo tende a popolare la Via Francigena quasi esclusivamente di figure modeste: il viandante solitario o il penitente in cerca di salvezza. Eppure, sappiamo che questo tracciato ha sostenuto il peso della grande geopolitica europea. Pensiamo agli imperatori svevi o a sovrani formidabili come Canuto il Grande, che nella Pasqua del 1027 scese a Roma per presenziare all'incoronazione di Corrado II e per rinegoziare i pedaggi. Dal punto di vista della cultura materiale, come "registra" il territorio il passaggio di queste corti itineranti e dei loro apparati diplomatico-militari?

Certamente le cosiddette figure modeste non erano le sole ad intraprendere il cammino, seppur ne costituivano la maggior parte del flusso continuo, e la rete di luoghi di accoglienza lungo il percorso era adeguata alle esigenze degli ultimi. Le motivazioni dei potenti, in movimento lungo questo asse portante anche per politica, guerra e commerci, potevano in parte convergere con quelle dei pellegrini ma con apparati itineranti e relative agiatezze che non sono comparabili e che soprattutto lasciano poche tracce materiali. Tra le pieghe della documentazione si leggono però alcuni casi in cui anche il potente è influenzato dalla Via e si fa mendicante. Emblematico è il viaggio di Papa Pio II, diretto a Modena nel tentativo di indire una Crociata contro I Turchi (1459-1460): se all’andata venne ospitato con sfarzo e onori a Campagnano, accolto insieme a sei cardinali da Giovanni Orsini, al ritorno, tentando la stessa via, non trovò nulla di preparato per riceverlo, e dovette procurarsi da sé pane e vino presso le case dei campagnanesi.

La narrativa devozionale ci ha consegnato un viandante etereo. Lo scavo stratigrafico, al contrario, restituisce un quadro fatto di usura fisica, malattie e feroce pragmatismo. Quali reperti o evidenze provenienti dalle indagini sulla Variante Veientana ci raccontano con maggiore crudezza le reali condizioni sanitarie, i traumi da marcia e l'equipaggiamento di sussistenza di queste masse in continuo movimento?

Gli scarti alimentari della mansio ad vacanas, stazione di posta imperiale al ventunesimo miglio della Via Cassia, dimostrano che i suoi ospiti consumavano carne, anche se macellata grossolanamente, e forse con schegge ossee che potevano generare problemi alle dentature dei viaggiatori. Le tracce materiali del viaggio nel medioevo sono invece più effimere, mescolandosi con quelle delle comunità accoglienti, mentre qualcosa in più si evince seguendo il filone dell’accoglienza. Osterie, locande e taverne offrivano ciò che potevano, talvolta anche gli scarti dei prodotti del territorio ai viandanti, costretti a fare tappa per evitare di compromettere la propria integrità fisica. I luoghi di sosta nel corso del tempo erano spesso associati a strutture sanitarie, e le cure erogate erano le stesse che riguardavano gli abitanti locali. Il pellegrino probabilmente attraversando nuovi territori incontrava genti, usi e alimentazione diverse, ma anche diverse malattie: se un’area era malarica a causa di impaludamenti anche il viandante ne correva i rischi e la specializzazione delle cure sul territorio veniva rivolta anche agli stranieri, come dimostrano i documenti dell’Ospedale del Gonfalone di Campagnano, conservati nell’Archivio Storico locale. Anche il pellegrino però rischiava di portare con se, oltre a storie favolose di luoghi lontani, una serie di rischi sanitari per le comunità incontrate. Una cura particolare era quindi dedicata alla quarantena, e si osserva dalla diffusione di chiese dedicate a San Lazzaro o ai Santi Rocco e Sebastiano, poste ai margini degli insediamenti attraversati dal percorso di fede con la funzione di contenimento del danno epidemico.

Il viaggiatore che da nord procedeva verso Roma si lasciava alle spalle Viterbo, che nel Duecento si presentava come una formidabile “metropoli”, centro nevralgico e militarizzato dello scontro tra la fazione papale e l'Impero. Nel passaggio da un tessuto urbano così denso e politicizzato alle solitudini delle valli verso Campagnano, cosa significava materialmente attraversare la Francigena? Come mutava il panorama dell'accoglienza e della difesa in queste zone rurali?

Il cammino nella nostra regione spesso recupera infrastrutture antichissime come vie cave etrusche e basolati romani, fornendo allo studioso e al pellegrino materiale diacronico da osservare, comprendere e tutelare. Nel medioevo la difesa e il controllo del percorso era una seria necessità da parte della nobiltà locale, spesso in accordo con l’autorità ecclesiastica romana in avvicinamento all’Urbe, espresso con la realizzazione di poderose torri semaforiche che a partire dal XII secolo punteggiavano il paesaggio attraversato dal viandante, che però non ne era il primo oggetto di attenzione. Gli insediamenti fortificati invece fornivano accoglienza, ma spesso non lasciavano grande memoria nel viaggiatore. Sembra di riconoscere Campagnano, ad esempio, come presumibile sosta dell’abate islandese Nikulas de Munkatvera tra il 1150 e il 1154, che si fermò prima a Sutri, definendola “Maggiore” e poi prima di Roma in una Sutri “Minore”: non abbiamo certezze anche se topograficamente la posizione sembra proprio la nostra, consegnandoci però la percezione, dello stesso viandante dotto, di attraversare luoghi “dimenticabili”, forse a causa dell’imminenza della meta romana.

Interni del MAP - sala 5 - Calderone liturgico settecentesco

Oltre a essere un asse spirituale, la Francigena fu una straordinaria arteria economica. Parliamo di cambi di valuta, mercati, taverne e, non ultimo, il redditizio commercio di reliquie, non di rado contraffatte. In che modo la numismatica, o i rinvenimenti di oggetti legati allo scambio commerciale in questo quadrante laziale, ci permettono di mappare i flussi di ricchezza e l'indotto economico generato dal pellegrinaggio e dal transito mercantile?

Alcuni flussi numismatici sono stati individuati: una serie di denarii pavesi di Ottone I imperator e Ottone II rex (967-973) rinvenuti in più luoghi potenzialmente accoglienti lungo la Variante Veientana della Via Francigena, che deviava dalla Via Cassia parzialmente impercorribile tra la Valle di Baccano e La Storta, indicano la stabilità del percorso, divenuto principale e confermato da due denarii provisini di Enrico II Conte di Champagne (1181-1197); sono piccoli spiragli che ancora non ci consentono di ricostruire una vicenda economica legata ai viaggiatori. Invece da una causa contro la propria carcerazione due osti ci raccontano indirettamente di quanto un Giubileo poteva essere una vera occasione, ma con dei rischi: i fratelli Innacci, proprietari dell’Osteria del Pavone, avevano venduto molto vino nel 1700 proprio per il grande numero di viandanti, numeri naturalmente non confermati l’anno successivo. Il fisco invece fu loro avverso, poichè in previsione dell’Anno Santo erano aumentate le gabelle sul vino, che si esigeva fossero riscosse anche per il 1702, nonostante nell’anno successivo al Giubileo l’Osteria avesse incassato molto meno. Inoltre gli osti denunciano che gli abitanti del paese avevano cominciato a vendere vino “in nero” ai viandanti direttamente dalle porte delle proprie case.

La divulgazione storica si trova spesso a dover combattere contro narrazioni posticce. Il territorio della Tuscia è esposto a operazioni di marketing spregiudicate, che spesso coincidono con la commercializzazione di finte attrazioni o "falsi storici" che non fanno altro che svilire la reale portata degli eventi in questi luoghi. Lei, oltre che archeologo, è un divulgatore attivo: qual è il suo ruolo, e quello dello scavo, nel difendere la viabilità storica dalle speculazioni contemporanee?

La raccolta e l’interpretazione dei dati materiali e delle fonti d’archivio rimangono l’esigenza e la vocazione primarie della ricerca che per essere attiva ha però anche bisogno di essere “attrattiva”. La fortuna di divulgare un itinerario storico è che il pellegrino moderno è mediamente alla ricerca della cosiddetta “autenticità” e non disdegna le notizie meno favolistiche sull’accoglienza riservata ai suoi predecessori. Quando ho pubblicato la mia ricerca sulla Variante Veientana della Via Francigena, durante una conferenza mi avvicinò un politico regionale che aveva contribuito a tracciare il percorso turistico e mi disse soddisfatto “allora abbiamo avuto fortuna a ricalcare il percorso antico!”. Ogni tanto si deve un pò giocare con la storia, senza mistificazioni, con la finalità di lasciare un ricordo positivo nel viaggiatore. Durante uno scavo nella Valle del Sorbo, tra Formello e Campagnano, ho individuato una serie di sepolture monumentali di epoca imperiale, collocate su un piccolo podio alla biforcazione di due vie basolate che avevo parzialmente scavato: ai pellegrini curiosi che transitavano a 50 metri di distanza dal cantiere archeologico raccontavo che quelle strade erano le “nonne romane della Via Francigena”, suscitando in loro la voglia di saperne di più e di raccontarlo al rientro a casa.

Veniamo al Museo Archeologico del Pellegrino di cui lei è l'anima. Lei ha impostato questa realtà non come un cimitero passivo di reperti, ma come uno spazio che racconta un'azione in divenire. Come si traduce fisicamente questa visione nell'allestimento attuale? E quali sono le prossime frontiere di indagine o le future campagne che il museo intende promuovere per continuare a far parlare il basolato?

Campagnano ha una grande ricchezza di reperti, edifici storici, tradizioni popolari e opere artistiche spesso ancora da interpretare e raccontare. C’è poi tutto un patrimonio proveniente dal territorio tutt’ora conservato in musei romani (Vaticani, Palazzo Massimo, Villa Giulia, ecc) che va “riportato a casa”, anche in forma di copia fisica o virtuale a vantaggio del racconto dell’identità locale. Il MAP è infatti il luogo di incontro tra chi attraversa il territorio e chi lo abita: il museo non si propone come una semplice attrazione culturale da aggiungere all'itinerario del pellegrino e la visita è concepita come una vera e propria tappa del cammino. Attraverso allestimenti evocativi, reperti archeologici, citazioni di viaggiatori antichi e moderni e percorsi tematici, il visitatore compie un viaggio nel tempo, nello spazio e nelle idee: l'obiettivo non è soltanto trasmettere informazioni, ma offrire una maggiore consapevolezza del significato storico e umano del viaggio che si sta compiendo. Ogni viaggio lascia una traccia, e il MAP racconta quelle che il tempo ha conservato: non è una pausa dal cammino, ma una parte del cammino stesso, un luogo dove fermarsi per ripartire.

 

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Diego Galli
Autore
Diego Galli

Classe '85, giornalista, laureato in Scienze della Comunicazione, ho raccontato la politica, la cronaca e la cultura per testate locali e nazionali, tra cui Il…

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