Le Notti delle Sentinelle: i segreti delle mura illuminate da Porta San Pietro a Porta Romana

Le Notti delle Sentinelle: i segreti delle mura illuminate da Porta San Pietro a Porta Romana

Oggi, moderni fari a led accarezzano la nuda pietra in peperino, trasformando le mura sud-orientali di Viterbo in una rassicurante scenografia teatrale per i turisti e i cittadini che passeggiano al crepuscolo. Ma se per una sola notte potessimo spegnere questa luce calda e riaccendere i fuochi di guardia, i calderoni di pece bollente e le grida delle sentinelle?

Vi invitiamo a una passeggiata notturna diversa dal solito. Prendetevi il tempo di interrogare queste pietre e seguiteci a piedi lungo il tratto di cinta muraria che va da Porta San Pietro a Porta Romana. Vi sveleremo l'autentica e brutale natura di questa fortezza lineare.

Porta San Pietro: il Leone mutilato e la porta dell'Inferno

Mettetevi sotto l'arco di Porta San Pietro. Nel Medioevo, nessuno la chiamava con questo nome elegante: per tutti era Porta Salciccia (o Salicicchia). E non era un ingresso di rappresentanza, bensì un vero e proprio tritacarne militare.

Prima di oltrepassarla, alzate lo sguardo: noterete un antico stemma di Viterbo scolpito a bassorilievo. Guardate bene il Leone. Quella pietra rappresenta il simbolo di Viterbo: posizionata dopo il 1172, l'anno fatidico in cui i viterbesi rasero al suolo la vicina e odiata Ferento, rubandole proprio il simbolo della palma per integrarlo nel proprio stemma. Qui, nel particolare, appare in una sua primissima forma, con una palma sfrangiata, meno appariscente di quella che venne adottata in successione e che ancora oggi rappresenta la città nei simboli dell'amministrazione stessa.

Questa porta ha letteralmente visto l'inferno. Lo storico Andrea Scriattoli ci ricorda che fu teatro di scontri sanguinosi tra viterbesi e romani già nel XII secolo. Nel 1380, i nemici, incapaci di espugnarla, le diedero fuoco. E in una gelida notte del 1413, il feroce mercenario Paolo Orsini, non avendo le chiavi, usò la forza bruta: fece prendere a picconate le spesse mura adiacenti pur di irrompere in città. (Un salto in avanti: le imponenti mura a ridosso della porta, un tempo dei monaci Cistercensi, divennero in seguito il feudo seicentesco della celebre e discussa Donna Olimpia Maidalchini, cognata di Papa Innocenzo X).

Il leone di Viterbo sopra Porta San Pietro (dettaglio)

Il terrore degli Imperatori e la paranoia dei frati

Proseguendo lungo le mura, incrociamo il complesso di Santa Maria delle Fortezze. Vi siete mai chiesti perché un luogo di culto mariano porti un nome così marziale?

La risposta è sepolta sotto i vostri piedi, poiché questo esatto quadrante era l'ossessione del Sacro Romano Impero. Proprio qui, intorno al 1080, l'Imperatore Enrico IV (il sovrano dell'umiliazione di Canossa) fece erigere una "Bastia", un fortilizio militare. E nel 1210 fu un altro imperatore, Ottone IV, a terrorizzare la città cingendola d'assedio proprio in questo punto, costringendo i viterbesi a rinforzare le difese in preda al panico.

La psicosi dell'assedio non abbandonò mai queste pietre. Ancora nel 1632, i frati del convento chiesero al Comune l'uso di un torrione per ricavarne una cantina per il vino. L'autorizzazione fu concessa, ma con un divieto assoluto impresso nei documenti: nessuno doveva osare scavare la roccia. Il terrore delle magistrature cittadine era che, con la scusa delle botti, nemici o traditori potessero trovare un passaggio sotterraneo segreto per penetrare in città.

La cicatrice del '44 e l'apocalisse del 1247

Mentre ci si avvicina a Porta Romana, si nota un dettaglio crudo: le antiche mura risalenti in parte al 1095 a un certo punto si interrompono bruscamente. Manca un'intera torre, di cui restano solo i "morsi" sporgenti sulla cortina muraria. Non l'ha sbriciolata il Medioevo, ma le bombe sganciate durante le incursioni aeree del 1944: una cicatrice contemporanea su un corpo millenario.

Ma il momento più buio di questo perimetro si consumò nel 1247. Il cronista Niccolò della Tuccia descrive uno scenario apocalittico: una carestia così spaventosa che "si moriva di fame e si trovavano putti e putte morte nelle Chiese". I pochi giovani in forze fuggirono. Viterbo divenne una città spettrale, circondata da nemici, i cui pochi superstiti si barricarono sbarrando tutte le porte, terrorizzati e privi di uomini per difendere le mura.

L'inganno di Porta Romana: i veri passi della Storia

Siamo arrivati alla fine della passeggiata. Davanti a voi si erge la maestosa Porta Romana illuminata, sotto il cui immenso arco sfrecciano oggi le automobili. Bellissima, vero? Eppure, è un'illusione.

Quel gigantesco varco centrale, ricco di decorazioni barocche, è una scenografia trionfale aggiunta secoli dopo per celebrare la magnificenza papale. L'autentica porta medievale (che storicamente portava il nome di Porta San Sisto) è invece quel varco piccolo, stretto e privo di fronzoli situato sulla destra dell'arco principale, oggi declassato a semplice passaggio pedonale.

Mentre le automobili ignorano la storia passandole accanto, vi invitiamo ad attraversare a piedi proprio quel piccolo ingresso di destra. Non state imboccando un'uscita secondaria: state calpestando le pietre esatte su cui, il 10 gennaio 1469, fece il suo ingresso in città l'Imperatore Federico III. Ed è esattamente sotto quella piccola volta che, pochi anni dopo, il cavallo dell'ambasciatore imperiale si imbizzarrì rifiutandosi di entrare, scatenando il panico generale e le superstiziose imprecazioni della folla viterbese.

Le mura di Viterbo non sono un semplice confine urbano. Sono un nastro registrato di mille anni di battaglie, fame e imperatori. Basta solo sapere dove guardare.

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Diego Galli
Autore
Diego Galli

Classe '85, giornalista, laureato in Scienze della Comunicazione, ho raccontato la politica, la cronaca e la cultura per testate locali e nazionali, tra cui Il…