La pietra e il sogno: perché abbiamo ancora un disperato bisogno di Medioevo
di Diego Galli
San Pellegrino, quartiere tra medievalismi e voci dal passato
Parlare di Viterbo senza parlare di San Pellegrino è oggi un'impresa impossibile. Il quartiere è un richiamo giornaliero, non solo per i turisti che affollano le sue vie incantati, ma anche per documentari e produzioni televisive mainstream. È un luogo che sembra incorniciato, bloccato in un tempo lontano, immerso in un Medioevo tangibile e onnipresente. Ci si muove tra torri che svettano ancora oggi imperiose, chiese antiche che accoglievano pellegrini sulla Via Francigena già nell'anno Mille, e un dedalo di vie caratterizzate dal colore solido e inconfondibile del peperino, da archi di contrasto che sfidano la gravità e da profferli che disegnano le facciate dei palazzi.
È proprio da qui, nei pressi del cuore più antico della città, che lo sguardo viene rapito. Quell'arco a cavalcavia, incastonato tra loggiati e bifore eleganti, compone una quinta teatrale semplicemente perfetta. Basta socchiudere gli occhi per sentire il vociare indistinto dei pellegrini che passavano di qui per attraversare la via Francigena, il brusio degli artigiani che – ancora oggi – caratterizzano la via maestra, il clangore della battaglia tra le potenti famiglie che eressero alcune delle magnifiche torri che dominano, da qui, lo skyline della città di Viterbo.
Non è un caso, quindi, che produzioni di successo internazionale come I Borgia o Il Decameron siano state girate anche tra questi vicoli e queste piazze. Ed è proprio questo che rende affascinante il Medioevo e, di rimando, il quartiere dove ci troviamo oggi: il Medioevo è cronologicamente lontano, ma continuiamo a cercarlo quasi disperatamente.
Siamo attratti in modo viscerale dalle storie che trasudano queste pietre antiche, pietre che già a un primo sguardo sembrano quasi volerci parlare. Osservando un'alta torre sogniamo di cavalieri e gentil donzelle, di nobili corrotti dal potere e di uomini di chiesa talvolta devoti, talvolta spregiudicati. Immaginiamo un mondo, una Storia (con la S maiuscola) che forse mai è esistita nella forma edulcorata o iper-drammatizzata in cui la pensiamo, ma che ci fa sentire parte di qualcosa, di un flusso di tempo che allunga le sue radici a epoche che nel nostro immaginario erano idilliache, sanguinarie ed epiche contemporaneamente.
La "fame di pietra" e l'antidoto alla modernità
Perché, superata la soglia del Duemila, nell'era dell'intelligenza artificiale e della realtà virtuale, subiamo ancora questa fascinazione? Qui entra in gioco un concetto fondamentale per chiunque voglia comprendere il nostro rapporto con il passato: il medievalismo (o medievalism, per usare il termine anglosassone). Quando passeggiamo per San Pellegrino, noi moderni non stiamo cercando solo il Medioevo dei documenti notarili o delle bolle papali; stiamo cercando il Medioevo dei nostri sogni.
Viviamo in una società iper-connessa, liquida, digitale, dove le nostre esperienze quotidiane passano attraverso schermi piatti e algoritmi intangibili. In questo scenario immateriale, l'essere umano sviluppa una vera e propria "fame di pietra". Abbiamo un bisogno psicologico profondo di ancorarci a qualcosa di solido, di ruvido, di materico. Il Medioevo ci appare, a torto o a ragione, come l'antidoto perfetto alla modernità alienante.
La cultura pop, attraverso la letteratura fantasy, i videogiochi e le grandi narrazioni cinematografiche, ha codificato un alfabeto visivo ed emotivo ben preciso. Vogliamo la bottega dell'artigiano al posto della grande distribuzione, il passo lento del viandante al posto della frenesia metropolitana, il senso del mistero al posto di un mondo esplorato in ogni sua coordinata GPS. San Pellegrino ci offre tutto questo su un piatto d'argento: non è una ricostruzione finta, non è un parco a tema di cartapesta. È materia vera, autentica. È il palcoscenico reale dove l'immaginario collettivo trova finalmente una sua dimora fisica. In questo cortocircuito tra la fantasia del turista e la pietra vulcanica di Viterbo, il Medioevo torna a vivere prepotentemente.
Oltre lo specchio: la Viterbo reale
Ma cosa succede quando, guidati da questa attrazione istintiva, decidiamo di guardare "oltre lo specchio"? Cosa ci racconta davvero la pietra di Viterbo, se proviamo a spogliare San Pellegrino dalle lenti del romanticismo ottocentesco o dalle comode sceneggiature televisive?
Qui risiede la sorpresa più grande, quella che proveremo a esplorare. La realtà storica di questo quartiere è, se possibile, ancora più complessa, spietata e affascinante del mito. Quelli che a noi oggi sembrano angoli pittoreschi in cui scattare un selfie da postare sui social media, nel Duecento e nel Trecento erano soluzioni architettoniche dettate da un pragmatismo estremo, in una società perennemente in bilico tra fervore religioso e lotte intestine.
I famosi profferli, le caratteristiche scale esterne che adornano le facciate dei palazzi viterbesi, non erano stati concepiti per romantiche serenate o scambi di sguardi furtivi, ma rispondevano a rigide esigenze di spazio e di sicurezza, permettendo di separare l'accesso ai piani abitativi dalle botteghe del piano terra. Gli archi a cavalcavia che uniscono i palazzi sopra le nostre teste raccontano di alleanze interfamiliari e della necessità di spostarsi in sicurezza tra proprietà contigue, in tempi in cui scendere in una strada buia poteva significare incrociare la lama di una fazione rivale.
Le torri, che oggi guardiamo col naso all'insù ammirandone la maestosità, non erano vezzi estetici. Erano veri e propri status symbol e, al contempo, formidabili macchine da guerra urbane. Più alta era la torre, più ricca e potente era la famiglia che la possedeva. Viterbo era una città irta di queste costruzioni difensive, un luogo dove i Gatti, i Tignosi, i prefetti di Vico e altre nobili consorterie si contendevano il potere palmo a palmo.
Questa furia pragmatica e identitaria non si limitava ai vicoli di San Pellegrino, ma permeava l'intera città, arrivando fino al Colle del Duomo. La vera Viterbo medievale è la città che ha tenuto in scacco la Chiesa intera. È il luogo in cui, tra il 1268 e il 1271, i cittadini esasperati dalle lungaggini dei cardinali per l'elezione del nuovo Papa, decisero di chiuderli a chiave nel Palazzo Papale, razionando loro il cibo e arrivando persino a scoperchiare il tetto dell'edificio: nasceva così l'istituzione del Conclave (cum clave). È una storia fatta di mercanti astuti, di statuti rigorosi, di donne e uomini che vivevano una quotidianità durissima ma intrisa di un ingegno e di un coraggio ineguagliabili.
Varcare la soglia
La ricchezza inestimabile di un quartiere come San Pellegrino – che su queste pagine approfondiremo nel dettaglio, dedicando articoli specifici ai suoi angoli più noti e a quelli ancora celati – risiede proprio in questa dualità. Concede a chi lo attraversa la possibilità di varcare una soglia, un vero e proprio portale attraverso il tempo.
È in luoghi come il quartiere San Pellegrino che ancora oggi scrittori e sceneggiatori possono immaginare mondi e avere visioni che fanno la ricchezza di un luogo rispetto a un altro. L'immaginazione è il motore che porta qui migliaia di persone. Ma per cogliere l'anima autentica di questo luogo bisogna fare qualcosa di più coraggioso: rallentare il passo, magari abbassare lo smartphone, e mettersi in ascolto. È in quel momento che San Pellegrino smette di essere un semplice set cinematografico e torna a respirare. Ci ricorda che dietro ogni leggenda cavalleresca c'è stata una realtà ancora più densa e viscerale. E forse, la prossima volta che vi capiterà di camminare all'ombra di questi archi, vi accorgerete che la vera magia non risiede nei mondi che sogniamo, ma in quello che ha sfidato il tempo per arrivare intatto fino a noi.
Classe '85, giornalista, laureato in Scienze della Comunicazione, ho raccontato la politica, la cronaca e la cultura per testate locali e nazionali, tra cui Il…