La geometria del potere: come la topografia digitale riscrive il Medioevo

La geometria del potere: come la topografia digitale riscrive il Medioevo

di Diego Galli

Per decenni, la narrazione del paesaggio medievale è stata prigioniera di un romanticismo sterile. Abbiamo osservato i castelli e le cinte murarie come relitti isolati, frammenti di un naufragio affioranti in un mare di cui ignoravamo le correnti. Ma la Storia, quella incisa nella nuda terra prima ancora che nelle pergamene, non ammette il vuoto.

Interrogare le pietre significa, in primo luogo, comprendere le ragioni invisibili che le hanno posate in un punto esatto e non in un altro. È l’urgenza metodologica tracciata con chirurgica precisione dal professor Carlo Citter (Università di Siena), recentemente intervenuto presso il Museo della Città e del Territorio di Vetralla e introdotto dalla direttrice del sito, la proff.ssa Elisabetta De Minicis. Nel suo inquadramento, l’indagine storica smette di galleggiare sulle suggestioni e si àncora al calcolo topografico dei Sistemi Informativi Territoriali. Nelle parole dello studioso, il territorio cessa di essere uno sfondo passivo per rivelarsi come un archivio materiale stratificato, decodificabile unicamente abbandonando la cosiddetta "archeologia sitocentrica". Il monumento, avverte Citter, non può più essere analizzato come un’entità isolata – la tomba, la villa, il fortilizio circondati da un "oceano sconosciuto" – ma deve essere interrogato in relazione ai flussi del paesaggio circostante.

L’algoritmo e l’acqua: svelare l’invisibile

Per dimostrare l’impatto di questo approccio, Citter porta l’attenzione su casi di studio dove l’evidenza archeologica sembrava in contraddizione con la logica territoriale. Analizzando il santuario di Gravisca, l’interrogativo di partenza verteva sul motivo per cui una tale struttura fosse sorta in un punto apparentemente illogico, lontano dall’antica linea di costa. La risposta, illustrata dallo studioso senese, non è giunta dallo scavo tradizionale, ma dall’elaborazione morfometrica di migliaia di punti altimetrici. L’algoritmo ha individuato depressioni invisibili a occhio nudo, rivelando l’esistenza di un canale di adduzione artificiale e di un bacino interno: una geometria idraulica perfettamente tangente alle rampe di alaggio delle navi emerse durante gli scavi fisici. La tecnologia, dunque, non inventa il dato, ma orienta la pala dell’archeologo.

Questa capacità di leggere le persistenze del terreno, nota Citter, si estende fino a definire i confini politici medievali. Citando le indagini condotte nel padovano, l’archeologo dimostra come i tracciati delle diocesi e delle province di età medievale e moderna ricalcassero fedelmente gli antichi alvei del fiume Adige, o "paleolavei". Inserendo queste variabili nella macchina di calcolo, lo studioso è riuscito a far calcolare al sistema l’esatto posizionamento dei cippi di confine di età romana, dimostrando che l’organizzazione dello spazio risente di marcatori territoriali che resistono ai millenni.

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Il prof. Carlo Citter e la proff.ssa Elisabetta De Minicis, direttrice del museo

Il fenomeno dell’incastellamento: la tesi di Citter

Ma è sulle dinamiche di fortificazione medievale che l’analisi di Citter fornisce la base scientifica più dirompente. L’archeologo confuta apertamente assiomi accademici lungamente consolidati, smentendo l’idea che i primi castelli (datati tra il 950 e il 1050) rispondessero a finalità di puro sfruttamento economico delle risorse. Inserendo nel sistema i fattori ambientali, politici ed economici, Citter dimostra come la fondazione di un fortilizio rurale attorno all’anno Mille obbedisse a istanze di controllo politico: la vicinanza a una città vescovile, il presidio dei confini di un distretto o l’amministrazione di terre fiscali di origine pubblica. Secondo questa visione, per assistere a un’autentica razionalizzazione economica del suolo, la Storia deve attendere la fase del "secondo incastellamento", quando la scala urbana e mercantile inizia a imporre nuovi assetti produttivi al territorio rurale.

Viterbo sotto la lente: da "Oltre la Pietra" al Colle del Duomo

Come per altre regioni ed aree indagate dal professor Citter, anche a Viterbo tecnici e archeologi stanno lavorando con questi paradigmi per riscrivere la storia materiale della città. Tuttavia, la ricerca locale impone una distinzione netta: se l'incastellamento descrive un fenomeno rurale diffuso, l'edificazione del Castello di Federico II di Svevia rappresenta un'eccezione colossale. Grazie al progetto "Oltre la Pietra" – frutto della sinergia tra il Comune di Viterbo, l’Università della Tuscia, ArcheoAres e il DigiLab de La Sapienza – l’Intelligenza Artificiale e il telerilevamento stanno svelando il volto di una fortezza monumentale. Con un perimetro ipotizzato di circa 75 metri di lato e mura spesse fino a tre metri, il palazzo imperiale di Viterbo supera per dimensioni i celebri castelli federiciani di Prato e Siracusa. L’uso di rilievi multispettrali e di algoritmi addestrati per segmentare la stratigrafia muraria sta permettendo di mappare questo gigante, a lungo "sigillato" dalle trasformazioni urbane successive.

Parallelamente, l’indagine si sposta nelle viscere del Colle del Duomo, il nucleo da cui si è originata la Viterbo medievale. In un’area rimasta pressoché inviolata dalla fine del Quattrocento, una campagna di ricerca guidata dall’Università della Tuscia in collaborazione con la Diocesi di Viterbo, ArcheoAres e l’Università Cattolica di Lublino, sta impiegando laser scanner e prospezioni geofisiche per leggere i segreti del colle. Questo "laboratorio digitale" punta a identificare non solo le fasi del castrum altomedievale, ma anche le possibili evidenze di un insediamento etrusco, trasformando leggende erudite in dati scientifici verificabili.

Due esempi perfette di come moderne tecnologie e importanti studi delle fonti storiche siano riusciti a creare una sinergia indispensabile e potenzialmente fruttuosa per un intero territorio che vuole riscoprirsi e tornare a far parlare di sé.

I limiti della macchina e l’arroganza del potere

L’indagine, per quanto supportata da un calcolo rigoroso, impone cautela. Citter dedica l’ultima parte della sua analisi a smontare la presunta infallibilità dell’algoritmo, ricordando che la Storia è mossa anche da variabili irrazionali. Il sistema informatico simula il movimento umano basandosi sul minor costo energetico e sulle pendenze più agevoli, ma fallisce regolarmente dinanzi all’interferenza dell’ambizione.

Lo studioso porta l’esempio della "strada del re": se un sovrano imponeva il passaggio di un tracciato su un terreno instabile al solo scopo di riaffermare la propria autorità, la traccia materiale risultante diverrà incomprensibile a qualsiasi equazione basata sull’efficienza. Lo stesso paradigma si applica ai numerosi micro-castelli dell’XI secolo, edificati per puro prestigio dalle élite rurali e abbandonati poco dopo perché privi di una rete logistica sostenibile. L’insegnamento che scaturisce da questo connubio tra tecnologia e archeologia è un monito: gli strumenti digitali fissano le regole materiali del paesaggio e calcolano dove l’uomo poteva spingersi; tuttavia, solo l’analisi delle dinamiche del potere può spiegare perché l’uomo abbia deliberatamente scelto la strada più impervia.

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Un'immagine tratta dai rilievi non invasivi svoliti presso il sito di Poggio Del Tignoso (Palazzo di Federico II) a Viterbo

 

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Diego Galli
Autore
Diego Galli

Classe '85, giornalista, laureato in Scienze della Comunicazione, ho raccontato la politica, la cronaca e la cultura per testate locali e nazionali, tra cui Il…