La Chiesa di San Sisto a Viterbo: architettura medievale e dinamiche del cantiere romanico-gotico nella Tuscia

La Chiesa di San Sisto a Viterbo: architettura medievale e dinamiche del cantiere romanico-gotico nella Tuscia

di Diego Galli

La storiografia antiquaria locale ha a lungo restituito un'immagine viziata della chiesa di San Sisto, relegandola frettolosamente all'alveo di un'improbabile architettura "longobarda" dell'alto medioevo. Un'indagine materica e documentale attenta ci restituisce una realtà ben più affascinante per la storia di Viterbo: San Sisto non è un monolite ancorato a un'improbabile purezza originaria, ma un organismo vivo dell'epoca medievale, un cantiere romanico e proto-gotico di eccezionale respiro europeo, in cui si sedimentano le correnti artistiche veicolate dai pellegrini e dalle maestranze in cammino sulla Via Francigena.

Le origini documentali e le prime fasi costruttive nel Medioevo viterbese

L'emersione storica dell'edificio si smarca dalle leggende per ancorarsi a un dato inoppugnabile dell'archivistica medievale: un documento del 1068 con il quale il vescovo Gisilberto di Tuscania confermava ai canonici i privilegi già concessi dal suo predecessore Bonizone. In questa primigenia veste protoromanica, la chiesa si presentava intitolata alla Trinità, alla Vergine Maria, a San Sisto e a San Marco.

Come evidenziano i documenti conservati presso il Ce.Di.Do., l'edificio conobbe presto un'inarrestabile ascesa politica e parrocchiale nella Viterbo medievale. In seguito all'ultimazione della cinta muraria urbica (1095), la dedicazione fu riservata al solo Sisto II e, nei decenni successivi, l'acquisizione dello Jus Fontis sancì il prestigio della pieve, fisicamente rappresentato dalla trasformazione di un'antica ara pagana in fonte battesimale.

Il reimpiego romanico e gli echi di Francia nell'architettura medievale

Entrando nelle tre navate, l'occhio attento dello studioso di archeologia medievale coglie immediatamente le tracce di una febbrile riedificazione. Massimo Bonelli, nei suoi studi sulla scultura architettonica viterbese del medioevo, fa notare come vi sia una marcata assenza di corrispondenza tra il lato dell'abaco dei capitelli e il lato d'imposta dell'arco soprastante. Questa evidente dismetria strutturale prova materialmente che i capitelli della chiesa originaria (quella dell'XI secolo) furono smontati e reimpiegati nella nuova fabbrica eretta agli albori del XII secolo.

Lungi dal mostrare un'incerta espressività, questi elementi plastici rivelano un lessico aggiornato sui modelli transalpini. I capitelli a "palmetta corinzia" (caratterizzati da foglie allungate e da un peculiare intaglio a spina di pesce) e i mascheroni apotropaici testimoniano tangenze formali inequivocabili con abbazie francesi coeve, quali Saint-Philibert de Tournus e Saint-Pierre de Montmajour.

dettagli capitelli san sisto
I capitelli interni rivelano dettagli sorprendenti

I relitti arcaici dell'arcone trionfale 

Il fascino della stratigrafia di San Sisto, fondamentale per comprendere la storia dell'arte medievale della Tuscia, risiede anche nelle sue asimmetrie e nelle presenze più antiche, letteralmente incastonate nelle fasi successive. A sostegno dell'arcone trionfale sopravvivono due capitelli fortemente arcaici, appartenenti alla tipologia ad "angoli ribattuti".

Mutilati ai lati per potersi adattare alla nuova collocazione durante i lavori di ampliamento del coro, questi manufatti risalgono alla metà dell'XI secolo e tradiscono ascendenze formali riconducibili all'Europa centro-meridionale, con parallelismi stringenti rintracciabili persino nell'architettura visigotica o nella cattedrale di Saint-Jean de Maurienne in Savoia. La loro elementare e severa geometria è la voce di un pre-romanico sopravvissuto all'evoluzione del cantiere.

dettaglio pulpito
Un volto scolpito, semi nascosto, distingue e rende unico uno dei pulpiti della chiesa

Lo sfondamento delle mura e il virtuosismo cistercense a Viterbo 

Tra la fine del XII e l'inizio del XIII secolo, la potenza economica e istituzionale della collegiata – giunta in seguito a custodire persino le chiavi dell'Arca del Comune, cuore politico della Viterbo medievale – richiese uno spazio liturgico più imponente. L'esito fu un'anomalia urbanistica di straordinaria audacia: l'erezione di un presbiterio rialzato di matrice cistercense che andò fisicamente a inglobare e sfondare la preesistente cinta muraria del 1095, utilizzando i conci della fortificazione militare come basamento per l'abside.

In questo nuovo e scenografico ambiente fa il suo ingresso nella Tuscia un lessico plastico rivoluzionario. I monumentali pilastri cilindrici sono sormontati da capitelli "a corona". Abbandonando la bidimensionalità del modello bizantino, le maestranze medievali utilizzarono magistralmente il trapano per scavare la pietra in profondità, creando un effetto chiaroscurale che smaterializza il pesante peperino in un prezioso merletto litico. Questa tipologia, destinata a influenzare profondamente l'arte viterbese successiva, guarda esplicitamente alla scultura gotica del Nord della Francia, trovando paragoni nei cori di Noyon e Laon.

esterno chiesa di san sisto
Dall'esterno, la chiesa di San Sisto mostra tutto il suo fascino e, di fatto, sfonda e ingloba le mura storiche della città

Il marchio anglo-normanno e il ruolo della Via Francigena 

Il respiro internazionale del monumento raggiunge il suo apice all'esterno, lungo le lesene dell'abside maggiore. Qui svettano i cosiddetti chapiteaux plissés (capitelli a pettine, o a coni giustapposti). Si tratta di una tipologia architettonica totalmente estranea al panorama dell'Italia centrale, riconducibile senza ombra di dubbio all'arte anglo-normanna. La loro impressionante somiglianza con i capitelli visibili nella cattedrale di Lincoln o nel transetto della cattedrale di Ely in Inghilterra offre una testimonianza tangibile e commovente del ruolo della Via Francigena. L'arteria di pellegrinaggio permetteva il transito di maestri della pietra, capaci di trasformare una pieve della Tuscia in un crocevia della cultura medievale europea.

abside esterna san sisto
Le mura esterne dell'abside regalano dettagli magnifici e di pregevole fattura

Le ferite della contemporaneità sul patrimonio medievale

La lettura di questa biografia di pietra è oggi resa faticosa dagli esiti di una metodologia di restauro post-bellica che merita una riflessione critica severa. Per sanare le devastazioni dei bombardamenti alleati del maggio 1944, l'intervento di ripristino ha inseguito l'illusione di una "purezza" primitiva inesistente.

L'abbattimento della quarta navata meridionale trapezoidale e la distruzione delle volte a crociera farnesiane hanno irrimediabilmente cancellato secoli di stratigrafia materiale, privandoci di un tassello essenziale per comprendere l'evoluzione della collegiata viterbese dalla fine del medioevo al Rinascimento. Il compito dello storico medievista e dell'archeologo oggi è ricucire i fili di una memoria complessa che la pietra di San Sisto, nonostante le mutilazioni, continua a raccontare.

altare chiesa di san sisto
L'altare interno è uno dei residui di età medievale meglio conservati

 

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Diego Galli
Autore
Diego Galli

Classe '85, giornalista, laureato in Scienze della Comunicazione, ho raccontato la politica, la cronaca e la cultura per testate locali e nazionali, tra cui Il…

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