La capitale in esilio: il patto del falcone e i giorni viterbesi dei Cavalieri di Malta

La capitale in esilio: il patto del falcone e i giorni viterbesi dei Cavalieri di Malta

di Diego Galli

Esiste una precisa linea d'ombra nella complessa cronologia del Mediterraneo in cui una delle più potenti istituzioni cavalleresche della Storia rischiò l'estinzione. Il 1° gennaio 1523, le vele della Sacra Religione Gerosolimitana abbandonarono l'isola di Rodi, ceduta al sultano Solimano il Magnifico dopo un assedio logorante. In quel momento, i celebri monaci-guerrieri si ritrovarono apolidi, privati del fondamento stesso del loro potere: la sovranità territoriale.

L'immaginario collettivo lega indissolubilmente questo Ordine alle fortificazioni di Malta e alle flotte dalla croce a otto punte, eppure l'atto di nascita di quell'identità fu redatto a centinaia di miglia dal mare, nel cuore di pietra della Tuscia. Per oltre tre anni, tra il 1524 e il 1527, Viterbo non fu un semplice riparo di fortuna, ma la vera e propria "capitale in esilio" in cui l'Ordine forgiò il proprio destino.

Il ritorno alle origini e l'enclave della Rocca

La scelta di Viterbo non fu dettata dal caso. Esisteva un legame ancestrale tra le milizie giovannite e la provincia patrimoniale: era stato infatti un pontefice nativo di Bleda (in Romagna), Pasquale II, a riconoscere ufficialmente l'Ordine nel 1113 con la celebre bolla Piae postulatio.

Quando il Gran Maestro Philippe de Villiers de L'Isle-Adam, provato dalle peregrinazioni, giunse a Viterbo il 24 gennaio 1524, l'accoglienza pontificia non si limitò a una formale ospitalità. Come annota meticolosamente nelle sue memorie lo storico settecentesco Feliciano Bussi, papa Clemente VII concesse la monumentale Rocca Albornoz non solo come abitazione, ma accordando al Gran Maestro «ampia autorità di poter esercitare sopra de’ suoi ogni qualunque atto di giurisdizione». La Rocca divenne, a tutti gli effetti, un'enclave extraterritoriale, il quartier generale di una nazione senza terra, in cui si muovevano ambasciatori, spie e dignitari di mezza Europa.

Rocca Albornoz, Bussi
Il prospetto della Rocca Albornoz, incisione tratta dall'Istoria della Città di Viterbo di Feliciano Bussi (1742). Fu in questo castello che l'Ordine dei Cavalieri di Rodi stabilì la sua sede sovrana dal 1524 al 1527, prima di trasferirsi a Malta

Il quartier generale spirituale e i trofei di Giannutri

Mentre la Rocca diveniva il cervello politico, il baricentro spirituale e logistico venne individuato nella chiesa collegiata di San Faustino e Giovita. I canonici locali cedettero l'intero edificio ai Cavalieri, i quali vi traslarono le preziose reliquie salvate dall'assedio ottomano. Tra queste, la veneratissima icona della Vergine del Fileremo (oggi nota ai viterbesi come Madonna di Costantinopoli), che divenne il simbolo tangibile di quell'esodo.

Ma l'Ordine, pur confinato nell'entroterra, non smise di fare la guerra. Le fonti annalistiche confermano che, superati alcuni iniziali dissidi interni, la flotta giovannita ancorata a Civitavecchia riprese le operazioni navali. Presso l'isola di Giannutri, le galere intercettarono e catturarono due unità corsare turche, liberando oltre duecento schiavi cristiani. Le bandiere ottomane, strappate al nemico, vennero inviate a Viterbo e appese alle navate di San Faustino, trasformando la chiesa in un sacrario militare.

Sangue e diplomazia: l'ombra dell'Impero

Il triennio viterbese fu segnato da un'estenuante guerra fredda diplomatica con l'imperatore Carlo V. L'ambizioso monarca offrì all'Ordine l'arcipelago di Malta e la piazzaforte di Tripoli, ma a una condizione letale: il giuramento di vassallaggio. Un compromesso che avrebbe distrutto la storica neutralità dei Cavalieri tra le potenze cristiane.

Come documenta l'abate Vertot, fu proprio da Viterbo che L'Isle-Adam inviò una commissione di otto cavalieri a ispezionare il suolo aspro e privo di difese dell'isola maltese. Mentre si attendevano le relazioni, la violenza irruppe sotto le mura viterbesi. Nel maggio del 1527, le orde dei Lanzichenecchi al comando del Connestabile di Borbone (le stesse che di lì a poco avrebbero compiuto il feroce Sacco di Roma) lambirono Viterbo. I Cavalieri si asserragliarono nella Rocca, pronti a difendere la città con le armi, ma il Gran Maestro utilizzò una lucida strategia diplomatica, accogliendo lo stendardo imperiale con colpi di cannone a salve e inviando vettovaglie per evitare l'assedio. Il clima di estrema tensione pretese comunque un tributo di sangue: le cronache ufficiali dell'Ordine riportano che l'Arcivescovo Clemente, Metropolitano di Rodi, affacciatosi imprudentemente a una finestra della Rocca, venne freddato dal colpo vagante di un archibugio.

Il Capitolo Generale e l'intuizione del Falcone

L'epilogo politico si consumò pochi giorni dopo questa tragedia. Tra il 18 e il 23 maggio 1527, la grande sala della Rocca Albornoz fu adornata per ospitare il Capitolo Generale. Le fonti documentano una scena di grande imponenza: due troni di velluto – uno cremisi per il Legato Pontificio e uno nero per il Gran Maestro – dominarono l'assemblea in cui fu siglato l'accordo che avrebbe cambiato la Storia.

L'Ordine decise di accettare Malta, ma ribaltando l'offerta imperiale. I Cavalieri rifiutarono categoricamente l'assoggettamento feudale. Si decise che la cessione dell'arcipelago sarebbe stata libera e che, in segno di pura riconoscenza, l'Ordine avrebbe inviato ogni anno al Viceré di Sicilia un singolo rapace da caccia. Era nato, tra le mura di Viterbo, il celebre "Falcone Maltese", uno strumento giuridico geniale che garantì all'Istituzione l'indipendenza sovrana fino all'epoca napoleonica.

La fuga e la memoria della pietra

L'Ordine lasciò Viterbo il 15 giugno 1527. Non fu una partenza trionfale, ma un'amara ritirata strategica imposta dal dilagare di un'epidemia di peste che stava decimando la popolazione e gli stessi ranghi dei cavalieri.

Tuttavia, il passaggio di questa élite militare non si è dissolto nel nulla. Basta interrogare le pietre di San Faustino per trovarne la nuda testimonianza. Sulla facciata della chiesa, una lapide seicentesca rivendica ancora oggi, in caratteri latini, l'orgoglio di aver ospitato i "GENERALIA COMITIA". All'interno, accanto a un pulpito ligneo ornato con le insegne del Gran Maestro, le lastre sepolcrali custodiscono i resti dei cavalieri che in Toscana e nel Lazio conclusero il loro esilio.

Viterbo accolse i Cavalieri di Rodi, e da Viterbo partirono i Cavalieri di Malta. Ancora una volta, la cruda documentazione materiale ci dimostra che la Storia, sfrondata dai falsi miti, rivela trame di potere ed epopee diplomatiche capaci di oscurare qualsiasi finzione letteraria.

Chiesa di San Faustino, dettaglio lapide
La facciata della chiesa di San Faustino e Giovita, baricentro spirituale dell'esilio giovannita. Nel dettaglio, la lapide commemorativa affissa nel 1654: l'epigrafe incisa nel marmo certifica la permanenza dei Cavalieri di Rodi, la celebrazione del Capitolo Generale ("Generalia Comitia") e il dono dell'icona della Vergine di Costantinopoli

 

medioevo viterbo medievale rinascimento cavalieri di malta malta chiesa di san faustino e giovita cavalieri di rodi ordini cavallereschi rocca albornoz Clemente VII feliciano bussi
Diego Galli
Autore
Diego Galli

Classe '85, giornalista, laureato in Scienze della Comunicazione, ho raccontato la politica, la cronaca e la cultura per testate locali e nazionali, tra cui Il…