L’ultimo asilo del nemico di Ugolino: Ruggieri degli Ubaldini e il sepolcro perduto a Gradi

L’ultimo asilo del nemico di Ugolino: Ruggieri degli Ubaldini e il sepolcro perduto a Gradi

di Diego Galli

L’immaginario occidentale è, da secoli, prigioniero di un’immagine ancestrale: il ghiaccio eterno di Cocito e un uomo che consuma, con ferocia bestiale, il cranio del proprio aguzzino. Ma se la potenza visionaria di Dante Alighieri ha consegnato l’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini a un’eterna infamia letteraria, la realtà materiale della Storia ha scelto Viterbo come scenario per l’ultimo, silenzioso atto della sua esistenza terrena.

"Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino, e questi è l’arcivescovo Ruggieri: or ti dirò perché i son tal vicino."

(Dante Alighieri, Inferno, Canto XXXIII, vv. 13-15)

Al di là della narrazione letteraria, l'inchiesta storica rivela la figura di un politico raffinato, un ecclesiastico che, dopo aver forgiato la propria carriera tra Bologna e Ravenna, trovò nella città dei Papi non una prigione, ma un rifugio tra le mura del convento domenicano di Santa Maria in Gradi.

ex chiesa di santa maria in gradi, viterbo
La chiesa di Santa Maria in Gradi, dall'esterno. Oggi oggetto di importanti restauri guidati dalla 
Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l'Etruria Meridionale

Dallo scacchiere di Pisa all’esilio viterbese

Nato dalla potente stirpe ghibellina dei signori del castello della Pila nel Mugello, Ruggieri degli Ubaldini fu l’architetto della caduta del conte Ugolino della Gherardesca. Dopo aver scalato le gerarchie curiali sotto l'ala dello zio, il potente cardinale Ottaviano Ubaldini, e aver gestito le tensioni finanziarie e politiche della Pisa duecentesca, Ruggieri assunse il governo della città nel 1288.

Ma la sua egemonia ebbe vita breve. Nel 1289, colpito dalla bolla di convocazione di papa Nicolò IV con l'accusa di lesa maestà per l'atroce eccidio della famiglia della Gherardesca, l’arcivescovo si recò presso la corte pontificia. Le fonti documentarie confermano che da quel momento Ruggieri non fece più ritorno in Toscana. Si spense a Viterbo il 15 settembre 1295 (data che nel calendario romano corrisponde al 1294, a causa della discrepanza del Calculus Pisanus che anticipava l'annata). Lontano dai clamori della Meloria e dalle torri pisane, fu sepolto con gli onori dovuti al suo rango nella chiesa di Gradi.

Il sudario di pietra: Niccolò Salvi e la cancellazione della memoria

Perché oggi, varcando la soglia della monumentale chiesa viterbese, non troviamo traccia del nemico di Ugolino? La risposta risiede in quello che possiamo definire un vero e proprio trauma architettonico.

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Come abbiamo avuto modo di approfondire analizzando la complessa stratigrafia di Santa Maria in Gradi, l’intervento settecentesco di Niccolò Salvi ha agito come una tabula rasa sulla fisionomia medievale dell'edificio. La riconfigurazione dell'aula in una titanica struttura unica cancellò la tripartizione delle navate, travolgendo i monumenti funebri che ne ornavano i pilastri. Il sepolcro di Ruggieri, una delle testimonianze più significative del gotico funerario viterbese, venne smantellato nel 1734 per far posto al nuovo ordine estetico barocco, disperdendone i marmi e, verosimilmente, i resti mortali.

L’inchiesta epigrafica: il falso "Duraldus" e il cervo degli Ubaldini

Il recupero di questa memoria perduta si deve originariamente all'intuizione dello storico viterbese Domenico Sansone, che nel 1926 ebbe il merito di sottrarre il sepolcro dell'Arcivescovo alle nebbie dell'oblio attraverso un pionieristico studio documentale. Oggi, quel solco di ricerca è stato riaperto e profondamente ampliato dagli studiosi Gianpaolo Serone e Luca Salvatelli, la cui indagine sta portando alla luce nuovi dettagli sulla "fabbrica" di Gradi e sulla sorte dei marmi ubaldini. Incrociando le glosse di antichi codici danteschi (come il Cassinese del XIV secolo) con le sillogi epigrafiche conservate presso la Biblioteca degli Ardenti, i ricercatori hanno ricostruito l'identità di quel vuoto di pietra.

Partendo dalle analisi di Sansone e approfondendo le legature della grafia gotica, Serone e Salvatelli hanno confermato come il testo restituisca inequivocabilmente il nome DE UBALDINIS.

A suggellare questa scoperta interviene l’araldica: lo stemma riportato alla base del monumento mostrava una testa di cervo decapitata, blasone inconfondibile della stirpe mugellana. L’indagine archeologica smantella inoltre un radicato mito locale: la tomba di Ruggieri non è identificabile nel gisant in peperino oggi esposto al Museo Civico. Le cronache di chi vide il sepolcro prima della distruzione parlano chiaramente di marmo bianco, materiale nobile e coerente con la grandeur dei sepolcri papali di Clemente IV e Adriano V, custoditi a San Francesco alla Rocca.

L’esegesi del "fiero pasto": l’osso, il digiuno e la smentita della scienza

La dirompente forza dei versi danteschi ha generato, nel corso dei secoli, una profonda distorsione storiografica, sovrapponendo la condanna infernale alla realtà materiale. L'immagine di Ugolino che consuma il cranio dell'Arcivescovo Ruggieri nel ghiaccio della Tolomea è stata fatalmente confusa con i tragici giorni nella Torre della Muda, alimentando la macabra leggenda secondo cui il conte, piegato dalla fame, si sarebbe nutrito delle carni dei propri figli e nipoti.

A destrutturare questa stratificazione leggendaria, costruita per decenni sull'ambiguità del celebre emistichio "Poscia, più che 'l dolor, poté 'l digiuno", è intervenuta la nuda evidenza scientifica. Nel 2002, un'approfondita indagine paleonutrizionale e osteologica condotta dall'antropologo Francesco Mallegni dell'Università di Pisa sui resti della famiglia della Gherardesca, ha fornito una risposta inequivocabile. Le analisi condotte sulle spoglie hanno dimostrato che, al momento della prigionia, Ugolino era un uomo prossimo agli ottant'anni, affetto da una severa edentulia. Ormai privo della quasi totalità dei denti, al conte sarebbe stato fisicamente e anatomicamente impossibile lacerare o masticare carne cruda. Il dato clinico ed epigrafico ha dunque sigillato la questione: l'inedia uccise il prigioniero, non lo trasformò in carnefice. Il "digiuno" ebbe la meglio sul dolore semplicemente portandolo alla morte.

Il conte Ugolino e i suoi figli nella torre della fame, incisione di Gustave Doré
Il conte Ugolino e i suoi figli nella torre della fame, incisione di Gustave Doré

La Storia oltre la Fantasia

Cosa resta oggi della tomba di Ruggieri? Due schizzi antichi ci consegnano versioni divergenti: uno riporta colonnine lisce e un timpano semplice, l'altro (un manoscritto fiorentino) descrive colonnine tortili e un rosone polilobato. Questa incertezza non indebolisce la ricerca, ma ne sottolinea il rigore: non cerchiamo verità preconfezionate, ma frammenti di realtà materiale.

«La bocca sollevò dal fiero pasto / quel peccator...» Così inizia il brutale racconto all'Inferno. Ma Ruggieri degli Ubaldini non è solo un’ombra che si aggira tra i versi danteschi. È stato una presenza tangibile, un frammento di potere toscano innestato nel cuore della Viterbo medievale.

Oggi, tra le navate di Santa Maria in Gradi, il suo nome non risuona più nel marmo, ma nella precisione del dato documentario che, da Sansone ai ricercatori odierni, continua a parlarci.

Navata interna ex chiesa Santa Maria in Gradi
Santa Maria in Gradi oggi, ancora maestosa e imponente nonostante i bombardamenti degli alleati e l'incessante scorrere del tempo

 

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Diego Galli
Autore
Diego Galli

Classe '85, giornalista, laureato in Scienze della Comunicazione, ho raccontato la politica, la cronaca e la cultura per testate locali e nazionali, tra cui Il…