L'invenzione dell'antico: il Medioevo viterbese nel programma iconografico di Palazzo dei Priori
di Diego Galli
Se il Duecento ha rappresentato per Viterbo la matrice di una civiltà e l’apogeo del suo baricentro geopolitico, l'età moderna ne ha orchestrato la sistematica reinvenzione visiva. Varcare le soglie di Palazzo dei Priori, nel cuore città, non significa infatti accedere a un archivio documentario del Medioevo cittadino, ma addentrarsi in un sofisticato apparato di legittimazione politica e territoriale, concepito tra la fine del XVI e l'inizio del XVII secolo per ridefinire l'identità della civitas al cospetto dell'egemonia romana.
Il costrutto mitografico di Annio da Viterbo
La chiave di volta per decodificare gli affreschi delle sale risiede nel complesso costrutto antiquario elaborato alla fine del Quattrocento dal frate domenicano Giovanni Annio. La sua paleogenesi viterbese, un'audace architettura letteraria volta a dotare la città di un passato mitico e insuperabile, venne assunta nel tardo Cinquecento a vera e propria dottrina di Stato. I pittori chiamati a decorare il Palazzo non furono incaricati di illustrare la storia, ma di tradurre in immagine la teorizzazione anniana, fornendo alla città un pedigree istituzionale capace di ancorarne l'autonomia a radici ben più profonde di quelle del Medioevo storico.
La monumentalizzazione della memoria civica e le divinità fondatrici
Questa urgenza di nobilitazione si manifesta con chiarezza programmatica negli interventi pittorici di Teodoro Siciliano, autore delle figure a monocromo (grisaille) che si stagliano nella Sala del Consiglio. I sovrani altomedievali e i sovrani d'Oriente vengono qui sottoposti a una sistematica riscrittura formale e concettuale. Figure storiche come Desiderio, l'ultimo re dei Longobardi, Pipino, re dei Franchi, e l'imperatore bizantino Giovanni Paleologo, perdono ogni connotazione cronologica o geografica d'origine. Inseriti all'interno di nicchie architettoniche classicheggianti, essi assumono le proporzioni eroiche, la muscolatura e le sembianze della statuaria antica.
Non è un caso che in questo medesimo consesso civico figuri anche Ercole, nume tutelare per eccellenza a cui la leggenda anniana lega l'origine stessa di Viterbo e l'adozione del suo simbolo araldico per antonomasia, il leone. Nel programma iconografico della sala, Giovanni Paleologo, Desiderio e Pipino vengono sottratti alla contingenza della storia per essere elevati allo stesso rango mitico dell'eroe classico: si ergono a vere e proprie divinità fondatrici, garanti di una civiltà atemporale.
L'epigrafia latina in maiuscola monumentale, posta a corredo delle figure, sigilla questa operazione. Desiderio vi è celebrato come colui che unificò Arbano, Vetulonia e Longula ribattezzandola Viterbo (772); Pipino come colui che vi aggiunse l'antico castello di Ercole; Giovanni Paleologo viene rivendicato solennemente come imperatore viterbese di Costantinopoli. La turbolenta storia altomedievale e le presunte ascendenze bizantine vengono così "congelate" nel monocromo per conferire immutabilità ed eterne patenti di romanità alla fondazione della civitas.
La Maniera e l'anacronismo come affermazione di potere
Spostandosi nella fastosa Sala Regia, decorata intorno al 1592 da Baldassarre Croce e aiuti, il linguaggio del Tardo Manierismo diviene lo strumento primario per l'emulazione dei modelli politico-rappresentativi pontifici (non a caso, il riferimento compositivo è la Sala Paolina in Castel Sant'Angelo). Qui, l'anacronismo cessa di essere un vezzo estetico per farsi deliberata affermazione di potere.
L'inserimento della figura allegorica di Michele Paleologo, accompagnata dall'iscrizione che lo rivendica come primo imperatore di Costantinopoli (1260) di origini viterbesi, è funzionale ad arrogarsi una nobiltà dinastica di respiro internazionale. Anch'egli veste le insegne classiche: corazza muscolare e clamide. Parimenti, le dinamiche di curia o le vicende papali (come quelle legate a Celestino III) vengono dislocate dalla reale Viterbo duecentesca e calate all'interno di vaste basiliche scandite da colonnati e archi a cassettoni. Il disordine materiale o la severità gotica del Medioevo vengono depurati a favore di un "ordine" rinascimentale che trasmette stabilità e decoro istituzionale.
La normalizzazione istituzionale del conflitto: Raniero Capocci
La volontà di piegare la memoria medievale alle esigenze del presente raggiunge il suo acme concettuale nel ritratto di Raniero Capocci. Storicamente, il cardinale diacono fu l'inflessibile legato pontificio, l'animatore militare e lo stratega della resistenza viterbese durante il drammatico assedio imperiale di Federico II nel 1243. Eppure, nell'effigie dipinta nella Sala Regia, ogni traccia del bellatore o dell'intransigenza curiale duecentesca svanisce.
Capocci vi appare come un imperturbabile prelato post-tridentino, abbigliato con veste corale, mozzetta e berretta rossa, seduto in posa pacata all'interno di una serliana. La città del tardo Cinquecento non intende celebrare la turbolenza del conflitto, ma utilizza la figura del cardinale per attestare una consolidata aristocrazia ecclesiastica locale. L'urto drammatico con la casa di Svevia viene neutralizzato in favore di un'immagine di governo pacificata e inattaccabile.
La cartografia come giurisdizione territoriale
Il programma si chiude, idealmente e visivamente, con il dominio dello spazio. Sulle pareti dipinte da Croce e nei cassettoni del soffitto, opera di Tarquinio Ligustri, si dispiega una grandiosa mappatura geografica. La rappresentazione dell'Etruria e del Patrimonium Divi Petri trascende il mero intento topografico per tradursi in rivendicazione giuridica.
L'esibizione dei castelli soggetti, la puntuale toponomastica delle province e, soprattutto, l'evidenza data alla donazione della "inclita Mathildis" (Matilde di Canossa) alla Sede Pontificia, non sono dettagli ornamentali. Essi attestano visivamente, con la forza incisiva di un documento notarile trasposto su intonaco, la giurisdizione e la perdurante centralità amministrativa di Viterbo all'interno del Lazio settentrionale.
In definitiva, gli affreschi di Palazzo dei Priori non raccontano il Medioevo per come esso fu, ma per come la Viterbo della prima età moderna aveva bisogno che fosse: una solida, ineccepibile infrastruttura di marmo e mito su cui edificare il proprio diritto al potere.
Classe '85, giornalista, laureato in Scienze della Comunicazione, ho raccontato la politica, la cronaca e la cultura per testate locali e nazionali, tra cui Il…