Il volto segreto di Piazza del Plebiscito: Sant'Angelo in Spatha e la città dei vivi che fagocitò la città dei morti
di Diego Galli
Siamo abituati a concepire Piazza del Plebiscito – o Piazza del Comune – come il monumentale salotto laico di Viterbo, il palcoscenico del potere politico incorniciato dal Palazzo dei Priori e dalla Prefettura. Eppure, camminare oggi sui basoli di questa piazza significa camminare letteralmente sopra secoli di storia rimossa, su un palinsesto urbano che i recenti scavi archeologici tra la fine del 2024 e l'inizio del 2025 hanno prepotentemente riportato alla luce.
Attraverso l'indagine autoptica delle epigrafi superstiti e i nuovissimi dati di scavo, possiamo finalmente scrostare le leggende e ricostruire l'autentica stratigrafia di questo spicchio nevralgico della Viterbo medievale.
La fondazione e le pietre parlanti: 1145
Molto prima che Viterbo assumesse il suo ruolo di potente centro guelfo e sede papale nel XIII secolo, l'area dell'attuale piazza era occupata dal Burgo Biterbo, e la chiesa di Sant'Angelo ne era la pieve di riferimento, documentata già dall'XI secolo. Di quell'antico edificio romanico, pesantemente sfigurato nei secoli (dalla demolizione del portico originario nel Duecento, al crollo del campanile nel 1549, fino al totale rimodellamento interno del 1746), rimangono preziose tracce epigrafiche.
Tra i frammenti minori murati all'interno, caratterizzati da capitali epigrafiche altomedievali che invocano antichi culti dedicati a San Pietro ("S(AN)C(T)I PETRI"), spicca il documento di pietra più importante della città per quell'epoca. Incastonata nel pilastro destro del presbiterio, l'imponente lapide di consacrazione ci restituisce una datazione cronica inequivocabile: l'8 maggio 1145, il venerabile pontefice Eugenio III consacrò solennemente il tempio "ad honorem beati Michelis archangeli", alla presenza di vescovi, arcivescovi e cardinali. È la prova tangibile di un tempio che, già a metà del XII secolo, rivestiva un ruolo di primissimo piano.
Il cimitero parrocchiale: la morte sotto il selciato
Fino all'editto napoleonico di Saint-Cloud, seppellire i defunti attorno alle chiese parrocchiali era la prassi. Le fonti storiche, tra cui il Liber Pontificalis, suggerivano la presenza di un'area cimiteriale annessa a Sant'Angelo in Spatha, ma sono stati i lavori di riqualificazione della pavimentazione a trasformare i documenti in materia.
Sotto la piazza, la Soprintendenza ha portato alla luce ben 50 sepolture disposte su più livelli stratigrafici: 45 adulti e 5 bambini, in un arco cronologico che va dal tardo Medioevo fino al XVII secolo. L'indagine archeologica rivela la rigorosa prassi funeraria cristiana del tempo: fosse semplici, a volte coperte da tegole, ma sistematicamente prive di corredi funerari, a ribadire l'uguaglianza e la povertà materiale di fronte alla morte. L'assenza di ori o monete non toglie alcun valore scientifico al ritrovamento: l'analisi antropologica in corso sui resti ossei promette di restituirci dati inestimabili sulla dieta, sulle usanze lavorative e sulle condizioni di salute dei viterbesi del passato.
Il trauma urbanistico del Duecento
Come si è passati da un'area densamente abitata, dotata di un cimitero parrocchiale, a un grande vuoto monumentale? L'archeologia ha confermato le parole del cronista quattrocentesco Nicolò della Tuccia. Gli scavi hanno infatti rivelato potenti resti di murature pertinenti a edifici residenziali o pubblici antecedenti al XIII secolo.
Per edificare il Palazzo dei Priori e creare la grande piazza del Comune, le autorità duecentesche operarono uno spregiudicato atto di forza urbanistica: espropriarono terreni, rasero al suolo abitazioni, abbatterono alberi e demolirono persino il portico che originariamente precedeva la facciata di Sant'Angelo. A testimoniare la vitalità di questo antico quartiere sono riemersi anche tratti di condutture idriche e fognarie associate a frammenti ceramici tardo-medievali, probabile testimonianza di una fontana pubblica documentata storicamente in quel settore e nota come Fontana di Ercole.
Oltre il mito: la Bella Galiana e la pratica del reimpiego
Parlar di Sant'Angelo in Spatha senza menzionare il celebre sarcofago incastonato in facciata è impossibile. La tradizione romantica, alimentata tra Ottocento e Novecento, lo identifica come il sepolcro della mitica "Bella Galiana", eroina viterbese dalla pelle così candida da mostrare il vino che le scendeva in gola.
Come storici, dobbiamo però decostruire il folklore. Il manufatto è un classico sarcofago di epoca romana con scena di caccia al cinghiale. La sua presenza sulla facciata della chiesa non ha nulla a che fare con la leggenda, ma risponde a una diffusissima pratica medievale (riscontrabile anche a Viterbo, sebbene in pochi casi): il reimpiego (o spolia). I sarcofagi antichi venivano regolarmente recuperati dai siti di rovine e riutilizzati dai ceti sociali laici ed ecclesiastici medievali per le proprie sepolture d'onore o per decorare monumenti e chiese, in una continua appropriazione di prestigio classico.
Nel particolare, il sarcofago che oggi si mostra all'esterno della chiesa di Sant'Angelo in Spatha è una fedele riproduzione. L'originale è conservato presso il Museo Civico di Viterbo.
Preservare il passato nel futuro
Oggi le trincee di scavo in Piazza del Plebiscito sono state richiuse e reinterrate per garantirne la conservazione e consentire il completamento della pavimentazione urbana e ripristinare il flusso vitale della città. Ma questa volta la memoria non è stata sepolta al buio.
Per ovviare all'impossibilità di mantenere a vista i reperti archeologici, la Soprintendenza ha eseguito un rigoroso rilievo con laser scanner. Questo strumento ha permesso di creare un modello tridimensionale ad altissima precisione che congela per sempre lo stato delle murature, delle condutture e delle fosse cimiteriali, offrendo la base scientifica per un futuro progetto di fruizione multimediale, con ricostruzioni virtuali e una potenziale mostra dedicata.
Un monito affascinante per chiunque cammini oggi in Piazza del Plebiscito: sotto i nostri piedi, protetta da pochi centimetri di pietra, riposa l'antica Viterbo, silenziosa ma finalmente mappata.
Classe '85, giornalista, laureato in Scienze della Comunicazione, ho raccontato la politica, la cronaca e la cultura per testate locali e nazionali, tra cui Il…