Governare il Palinsesto. Interrogare la stratigrafia prima del cemento: intervista a Giancarlo Pastura

Governare il Palinsesto. Interrogare la stratigrafia prima del cemento: intervista a Giancarlo Pastura

di Diego Galli

Ogni qualvolta il piccone o la benna scalfiscono il tessuto urbano di città come Viterbo, l'urto con il palinsesto della Storia è ineluttabile. Lo hanno dimostrato, da ultimo, i cantieri di Piazza del Plebiscito e le poderose fondazioni emerse nella vicina Civitavecchia. Eppure, nel dibattito pubblico e nelle logiche di molte amministrazioni, l'affiorare della nuda e cruda materia viene ancora percepito come un incidente di percorso, uno spiacevole imprevisto capace di paralizzare la necessaria evoluzione della città moderna.

È un paradigma figlio di un approccio metodologico ormai in agonia, che relega l'indagine storica a una mera reazione difensiva, attivata quando le macchine sono già in moto e il conflitto tra tutela e sviluppo è ormai insanabile. Ma la Storia non è un'emergenza da arginare.

Per destrutturare questa visione e comprendere come l'indagine del sottosuolo debba farsi strumento di pianificazione urbana, Viterbo Medievale ha incontrato il dottor Giancarlo Pastura. Già Progettista Archeologo presso Italferr S.p.A. (Gruppo Ferrovie dello Stato), docente di Metodologia della Ricerca Archeologica all'Università della Tuscia e Direttore del Museo Archeologico dell'Agro Cimino, Pastura è l'incarnazione esatta di una nuova figura professionale: l'archeologo progettista.

Un tecnico della memoria che opera sul crinale esatto in cui l'Accademia incontra le grandi infrastrutture, dimostrando come la vera tutela non risieda nell'ostruzionismo burocratico o nei saggi ciechi, ma nella conoscenza predittiva del territorio. Attraverso la sua lente, spogliata da qualsiasi facile suggestione romantica, il frammento ceramico o la fondazione mozza di una torre smettono di essere reliquie da contemplare e tornano a essere ciò che sono sempre stati: documenti inoppugnabili, capaci di smentire le cronache coeve e di riscrivere, pietra su pietra, le dinamiche di potere e non solo quelle del nostro Medioevo.

Professor Pastura, nelle sue recenti pubblicazioni Lei ha portato alla luce un'evidenza quantitativa disarmante: l'85% dei tradizionali saggi stratigrafici preventivi si risolve in un esito negativo. Lavorando sul crinale esatto tra le grandi infrastrutture del Gruppo Ferrovie dello Stato e l'Accademia, Lei ha contribuito a dimostrare come l'impiego integrato di telerilevamento, termografia e magnetometria consenta di "leggere" le anomalie del paesaggio prima ancora di scalfirlo. Come possiamo imporre un definitivo ribaltamento di paradigma normativo, dimostrando che la vera tutela dell’archeologia sepolta non risiede in un ostruzionismo procedurale, ma in una conoscenza predittiva e inoppugnabile del suolo?

Il punto non è più quello di dimostrare che molti dei saggi preventivi risultano sterili: questo dato è ormai strutturale e ampiamente noto. La vera questione è come utilizziamo gli strumenti della verifica preventiva e quando li inseriamo nel processo decisionale. L’esperienza maturata in generale sulle grandi infrastrutture dimostra che il limite dell’approccio tradizionale non risiede nella sua legittimità scientifica, ma nella sua collocazione procedurale: il saggio stratigrafico, se utilizzato come unico strumento estensivo e indiscriminato, rischia di intervenire troppo tardi e risponde a una logica reattiva, non predittiva.

L’integrazione sistematica di tecnologie di remote e proximal sensing consente invece di anticipare la lettura del suolo, lo scavo non viene eliminato, ma indirizzato: diventa un atto mirato, progettato sugli esiti di una diagnosi territoriale multilivello. Il vero cambio di paradigma, dunque, non è tecnologico ma culturale: spostare l’archeologia preventiva da una tutela fondata sull’occupazione fisica del terreno a una tutela fondata sulla conoscenza anticipata e integrata del paesaggio. È in questo passaggio che l’archeologia smette di essere un elemento di incertezza procedurale e diventa una variabile governabile del progetto.

In questa prospettiva, la tutela non si rafforza irrigidendo le procedure, ma aumentando la qualità della previsione. Una previsione che deve essere scientificamente fondata, condivisa e verificabile, e che consente di chiudere correttamente la procedura di archeologia preventiva prima dell’avvio dei cantieri, riducendo conflitti, varianti e tempi morti, senza rinunciare alla profondità scientifica dell’indagine.

Scavi in piazza del Plebiscito (Piazza del Comune) a Viterbo
Gli scavi archeologici avvenuti tra fine 2024 e primavera 2025 in Piazza del Plebiscito, Viterbo

La cronaca recente ci restituisce due casi emblematici. A Viterbo, i lavori di ripavimentazione in Piazza del Plebiscito hanno intercettato le antiche sepolture legate all'area cimiteriale della Chiesa di Sant'Angelo in Spatha. A Civitavecchia, gli scavi per la rigenerazione di Piazza Regina Margherita si sono scontrati con le poderose fondazioni cinquecentesche del Bastione Barberini. Dinanzi a evidenze che per uno studioso sono ampiamente prevedibili, le amministrazioni pubbliche sembrano ancora farsi cogliere di sorpresa, tramutando la nuda stratigrafia in un'emergenza da arginare. Non ritiene che sia giunto il tempo, specialmente per i Comuni dotati di un profondo tessuto storico, di dotarsi stabilmente di un "archeologo comunale" inserito nell'organico degli uffici tecnici? Una figura capace di trasformare il cantiere urbano in un investimento di ricerca programmata, tutelando l'identità del territorio senza paralizzare la necessaria evoluzione della città moderna?

Rispondo in modo molto sincero e spassionato. I casi di Viterbo e Civitavecchia sono diventati emblematici perché hanno avuto un forte risalto mediatico, ma non ne conosco nel dettaglio le procedure amministrative e tecniche adottate; per questo motivo evito giudizi specifici su tali contesti. Posso però affermare, senza timore di smentita, che nei nostri territori si sono verificati casi ben più gravi, spesso passati sotto traccia.

In molte occasioni assistiamo a una reazione quasi automatica delle amministrazioni locali e dei soggetti attuatori che, di fronte a imprevisti archeologici, tendono a individuare nella Soprintendenza il principale responsabile del rallentamento dei lavori. Tuttavia, nella pratica, il problema nasce molto spesso a monte, proprio all’interno delle amministrazioni stesse, che non hanno minimamente recepito quanto la normativa richiede in materia di archeologia preventiva, costringendo quindi le Soprintendenze a richiamare gli obblighi di legge.

Non è raro imbattersi in procedimenti e conferenze dei servizi conclusi in assenza degli elaborati obbligatori previsti dalla legge per la Verifica Preventiva dell’Interesse Archeologico. Questo non è accettabile, né sul piano tecnico né su quello istituzionale, perché significa trasferire l’incertezza nelle fasi di cantiere, dove diventa emergenza, conflitto e, inevitabilmente, notizia di cronaca. Credo fortemente che sia indispensabile investire in formazione e sensibilizzazione, non solo per supportare meglio gli enti di tutela, ma soprattutto per rendere le amministrazioni locali consapevoli delle proprie responsabilità procedurali. L’archeologia preventiva non è un’opzione né un aggravio eventuale: è una fase strutturale del processo di pianificazione.

È in questo quadro che il tema dell’archeologo comunale diventa delicatissimo. Quando se ne parla, confesso che spesso tremo. Non per il principio in sé, che considero anzi condivisibile, ma per il rischio concreto di enfatizzare una figura senza aver prima affrontato il nodo centrale: la profonda scollatura tra la formazione universitaria attuale e le reali esigenze operative degli enti locali. Un archeologo comunale non può essere pensato come un semplice custode del vincolo o come un tecnico chiamato a intervenire a emergenza avvenuta. Dovrebbe essere una figura con solide competenze normative, capacità di dialogo con gli uffici tecnici, conoscenza dei processi di progettazione pubblica, e padronanza degli strumenti dell’archeologia preventiva e predittiva. Oggi, però, dobbiamo riconoscere con onestà che il sistema formativo non prepara adeguatamente a questo ruolo, e che molte figure professionali, pur eccellenti sul piano scientifico, non hanno le capacità per adempiere a funzioni di coordinamento, pianificazione e governo dei processi.

Se non si affronta questo nodo, il rischio è duplice: da un lato creare aspettative irrealistiche su di una figura professionale che non può reggere il peso della complessità amministrativa; dall’altro continuare a produrre archeologia “d’emergenza”, che nessuno desidera realmente ma che nasce, inevitabilmente, da procedure impostate male.

Viterbo Medievale indaga il "cuore duplice" della città, lacerata tra le prerogative papali e la formidabile, per quanto frammentaria, visione imperiale di Federico II. Attingendo alla Sua esperienza diretta sul campo nel nostro territorio – penso alle campagne di scavo a Soriano nel Cimino o a Bassano in Teverina – esiste un frangente in cui l'evidenza materiale emersa dalla terra ha smentito, o drasticamente ridimensionato, le certezze veicolate dalle cronache coeve, costringendoci a riscrivere le dinamiche di potere e insediamento di questa provincia?

Sì, senza dubbio. Una parte significativa della mia attività di ricerca si è concentrata proprio su contesti e periodi storici per i quali le fonti scritte risultano scarsissime, frammentarie o del tutto assenti. Penso in particolare all’alto medioevo, una fase storica cruciale ma a lungo rimasta ai margini della ricostruzione storica proprio perché affidata a testimonianze coeve estremamente labili. In questi casi, la conoscenza di partenza era quasi nulla, e l’unico modo per colmare quel vuoto è stato affidarsi esclusivamente alle tracce materiali conservate nel terreno.

Lo stesso vale per gli studi sugli insediamenti rupestri, un ambito che, almeno nel nostro territorio, ha assunto a lungo un carattere pionieristico all’interno dell’archeologia medievale. Anche qui ci siamo confrontati con realtà complesse, spesso invisibili o marginali nella documentazione storica, ma straordinariamente eloquenti dal punto di vista archeologico.

In queste esperienze di scavo e di ricerca ho più volte avuto la sensazione che la stratigrafia non si limitasse a confermare ipotesi già note, ma che scrivesse letteralmente una storia nuova, costringendoci a rivedere, ridimensionare o talvolta smentire letture consolidate. La traccia nel terreno, in assenza di una parola scritta, diventa essa stessa scrittura: una scrittura più lenta, più faticosa da interpretare, ma spesso molto più sincera.

Nei contesti del nostro territorio, penso alle campagne di scavo a Soriano nel Cimino o a Bassano in Teverina, non sono mancati casi in cui l’evidenza materiale ha offerto un quadro molto diverso da quello suggerito dalle cronache o dalle ricostruzioni storiografiche tradizionali. È in questi frangenti che l’archeologia mostra con maggiore chiarezza la propria funzione critica: non come disciplina ancillare alle fonti scritte, ma come strumento autonomo di conoscenza. In definitiva, credo che il valore più profondo dell’archeologia — soprattutto in ambiti scarsamente documentati — risieda proprio in questa capacità di dare voce a ciò che non è stato scritto. Non si tratta di sostituire una narrazione con un’altra, ma di accettare che, molto spesso, la storia che emerge dal sottosuolo non è la conferma di ciò che sapevamo, bensì l’apertura di una nuova prospettiva sul passato.

Scavi a Corviano, Soriano nel Cimino
Saggio di Scavi nel sito di Corviano, nel territorio di Soriano nel Cimino (Viterbo)

Nella Sua veste di Direttore museale, Lei affronta il nodo cruciale della restituzione. Musealizzare i frutti dell'archeologia significa tradurre il dato crudo della pietra in una narrazione intelligibile, senza cedere di un millimetro sul rigore accademico e sfuggendo alla tentazione delle facili suggestioni romantiche. Qual è la strategia per far comprendere al visitatore che un frammento di ceramica nuda o la fondazione mozza di una torre recano in sé una potenza storica di gran lunga superiore a qualsiasi finzione narrativa?

Per me il punto di partenza è molto chiaro: la musealizzazione non è un’operazione di semplificazione, ma di traduzione. Tradurre non significa rendere il dato più povero, ma renderlo accessibile senza tradirne la complessità.

Un frammento di ceramica o una fondazione mozzata non hanno bisogno di essere “abbelliti” o caricati di suggestioni romantiche per acquisire senso. Al contrario: la loro forza storica risiede proprio nel fatto di essere tracce parziali, materiali, spesso mute. Il compito del museo non è completarle narrativamente, ma far comprendere al visitatore perché quella traccia, così com’è, sia portatrice di una densità storica enorme.

La strategia che adotto è quindi quella di spostare l’attenzione dall’oggetto isolato al processo che lo ha generato e conservato. Non racconto “che cosa era” una torre se resta solo la fondazione, ma che cosa significa intercettare quella fondazione, quali informazioni consente di ricavare, quali scenari di insediamento, di potere, di organizzazione del territorio apre. In questo modo il visitatore non è chiamato ad aderire a una narrazione precostituita, ma viene messo nelle condizioni di capire come funziona la conoscenza archeologica.

È un approccio che tutela pienamente il rigore accademico perché non inventa nulla: mostra i dati, esplicita le ipotesi, chiarisce i limiti dell’interpretazione. Al tempo stesso, però, restituisce al pubblico un messaggio forte: la potenza storica di un reperto non sta nella sua completezza o nella sua spettacolarità, ma nella quantità di informazioni che è in grado di attivare.

In museo cerco quindi di far passare un’idea precisa: quel frammento o quella muratura non valgono perché “raccontano una bella storia”, ma perché sono una soglia. Una soglia che separa ciò che sappiamo da ciò che possiamo ancora indagare. Quando il visitatore comprende questo meccanismo, non serve più l’effetto scenico: comprende che anche la materia più semplice, se letta correttamente, ha una forza storica di gran lunga superiore a qualsiasi narrazione suggestiva ma infondata.

Come coordinatore del Master in 'Archeologia Preventiva', Lei ha avuto il compito di forgiare i professionisti di domani. La figura dell'erudito distaccato è definitivamente tramontata, lasciando il posto a un tecnico della memoria calato in dinamiche cantieristiche, normative ed economiche estremamente complesse. Qual è l'equipaggiamento intellettuale, etico e metodologico di cui non può assolutamente fare a meno chi, oggi, è chiamato a leggere e difendere il nostro palinsesto urbano un attimo prima che venga alterato o inghiottito dall'avanzata del cemento?

L’obiettivo non è quello di eliminare o rendere inutile la figura tradizionale dell’archeologo, ma piuttosto di affiancarla e arricchirla con nuove professionalità e competenze. A conferma di ciò, i dati nazionali mostrano che oggi oltre il 90% degli scavi viene gestito secondo le modalità dell’archeologia preventiva, solo il restante 10% si riferisce ad attività di ricerca.

Come ha chiarito bene Cristina Anghinetti, presidente di Archeoimprese e insieme a Francesca Frandi tra le principali artefici della nascita dell’Archeologia Preventiva, oggi l’archeologo è chiamato a operare come archeologo progettista, cioè come un professionista che partecipa pienamente ai processi di progettazione e di governo del territorio, e non come un tecnico chiamato a intervenire quando il problema è già esploso.

Questo passaggio non nasce però in astratto. È il risultato di un lavoro lungo e spesso poco visibile, che deve moltissimo all’esperienza maturata nel sistema ferroviario italiano. Il ruolo svolto da Francesca Frandi e dal team archeologico di Italferr prima e di FS Engineering poi è stato decisivo nel costruire, nei fatti, questa nuova figura professionale: archeologi inseriti stabilmente nei processi di progettazione, capaci di dialogare con ingegneri, pianificatori e amministrazioni, e di trasformare l’archeologia preventiva da adempimento formale a disciplina di progetto. È lì che l’archeologo progettista ha trovato per la prima volta un riconoscimento operativo concreto, prima ancora che normativo.

L’equipaggiamento imprescindibile oggi è innanzitutto intellettuale: la capacità di ragionare in termini di processo e non di singolo intervento. Significa saper leggere il territorio come sistema complesso, comprendere il rapporto tra progetto, rischio archeologico e trasformazione urbana, e collocare correttamente l’indagine archeologica nel momento giusto della procedura, non a emergenza avvenuta.

A questo si affianca un equipaggiamento metodologico altrettanto centrale. Non basta più saper scavare o redigere una relazione: l’archeologo deve saper progettare. Deve conoscere il lessico e la logica del Codice dei Contratti, saper lavorare con PFTE, cronoprogrammi, quadri economici e strumenti di pianificazione, e contribuire alla costruzione di carte del potenziale e del rischio archeologico che siano realmente utilizzabili nei processi decisionali.

C’è poi una dimensione etica, spesso fraintesa. L’archeologo non è il custode ideologico della memoria chiamato a opporsi allo sviluppo, ma il professionista che si assume la responsabilità di rendere compatibili tutela e trasformazione. Etica significa evitare sia l’archeologia puramente difensiva sia quella compiacente, fondando le decisioni su conoscenze solide, verificabili e condivise.

In questo quadro si inserisce, in modo tutt’altro che casuale, l’esperienza dell’Università degli Studi della Tuscia, che è stata tra le prime in Italia a intercettare questo cambiamento. Il Master in Archeologia Preventiva e Gestione del Rischio Archeologico così come la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici, entrambi diretti dal Prof. Salvatore De Vincenzo, non sono nati per inseguire una moda, ma proprio per rispondere a una richiesta reale del mondo del lavoro e delle amministrazioni. I risultati, in termini di attrattività, continuità e collocazione professionale, sono stati in netta controtendenza rispetto al panorama nazionale, proprio perché hanno colto prima di altri la trasformazione del ruolo dell’archeologo.

Questo perché il nodo critico, come Cristina Anghinetti ha sottolineato con grande chiarezza, resta quello della formazione. Oggi si chiede agli archeologi di essere progettisti, di incidere nei processi decisionali e di operare dentro procedure complesse, ma il sistema formativo tradizionale fatica ancora ad accompagnare fino in fondo questo passaggio.

Per questo è pericoloso parlare di archeologo comunale o di archeologo nella pubblica amministrazione senza affrontare seriamente questo tema. Non basta istituire una figura: occorre che sia messa nelle condizioni di operare davvero come archeologo progettista, capace di leggere e difendere il palinsesto urbano un attimo prima che venga trasformato, e non di intervenire quando è ormai troppo tardi.

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Diego Galli
Autore
Diego Galli

Classe '85, giornalista, laureato in Scienze della Comunicazione, ho raccontato la politica, la cronaca e la cultura per testate locali e nazionali, tra cui Il…