Chiesa di Santa Maria in Gradi: anatomia di un trama e ricomposizione della memoria

Chiesa di Santa Maria in Gradi: anatomia di un trama e ricomposizione della memoria

La monumentale e severa mole della Chiesa di Santa Maria in Gradi riemerge da un letargo di pietra durato oltre un ventennio. L'apertura straordinaria del cantiere di restauro e valorizzazione del 29 aprile 2026, indetta dalla Soprintendenza ABAP per la provincia di Viterbo e per l'Etruria Meridionale, non è stata un mero svelamento estetico, ma l'esito di una complessa operazione di bonifica e decodifica di un edificio brutalizzato dal tempo e dalle circostanze storiche.

È stato un momento di rigorosa ispezione pubblica, volto a presentare i primi risultati di un ambizioso progetto di indagine archeologica e restauro finanziato direttamente dal Ministero della Cultura (MiC). Un evento di tale caratura scientifica e professionale che ha visto la partecipazione dell'Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori di Viterbo, i cui membri presenti hanno ottenuto crediti formativi professionali (CFP), a testimonianza dell'alto valore ingegneristico e diagnostico delle operazioni condotte.

Anatomia di un trauma strutturale e il tramonto dell'utopia

Nelle parole della Soprintendente Margherita Eichberg, che ha tracciato con implacabile lucidità la cronistoria di questa rovina, emerge una stratificazione dell'incuria: l'edificio, ormai sconsacrato e piegato alle logiche utilitaristiche di un penitenziario che ne aveva trasformato la navata in laboratorio manifatturiero, subì un colpo letale durante le incursioni aeree della Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia, come ha sottolineato la Soprintendente, le cicatrici furono drammaticamente aggravate dalle scelte tecniche del dopoguerra, quando le autorità "hanno preferito demolire la volta piuttosto che consolidarla". Una prassi di spoliazione strutturale che colpì duramente anche il portico esterno, condannando l'ex complesso mendicante a uno scivolamento inesorabile verso l'abbandono totale. Una situazione "talmente consolidata dall'incuria" da rendere ingegneristicamente critica persino la sola rimozione dei ponteggi innalzati decenni fa.

La storia recente del cantiere riflette un profondo mutamento nell'approccio istituzionale. All'inizio degli anni Duemila, l'ambizione di convertire la colossale navata in una "aula magna faraonica" per l'Università della Tuscia—così definita dalla Eichberg per la sua monumentalità e i costi enormi che avrebbe comportato—venne accantonata intorno al 2008, superata dalle nuove e più razionali esigenze logistiche dell'Ateneo. L'estetica dell'utopia ha così ceduto il passo al rigore del calcolo strutturale. A partire dal 2018, la Soprintendenza ha ripreso possesso degli spazi, focalizzandosi non su progetti di grandeur, ma sull'indagine diagnostica e sulla sicurezza dell'esistente. L'adeguamento normativo e l'inderogabile verifica della vulnerabilità sismica hanno rappresentato il vero snodo cruciale per la salvaguardia dell'edificio prima del futuro passaggio di consegne all'Università.

Dettaglio ossari Santa Maria in Gradi
Gli ossari interni, trovati praticamente vuoti al seguido di decenni di incuria, saccheggi e "restyling" poco ortodossi

La metamorfosi di pietra: dall'impianto cistercense al colosso del Salvi

Comprendere Santa Maria in Gradi significa decifrare un palinsesto architettonico che ha mutato pelle per otto secoli. L'architetto Federica Cerroni, responsabile della fase strutturale, ha chiarito come i recenti finanziamenti (oltre 1,2 milioni di euro) non siano stati destinati a meri ritocchi estetici, ma a una profonda campagna di indagini geofisiche, geognostiche e rilievi laser scanner. L'obiettivo primario era la verifica della vulnerabilità sismica: un'esigenza di sicurezza contemporanea che si è trasformata in una potente lente d'ingrandimento sulla genesi dell'edificio.

La storia della fabbrica si snoda attraverso cesure nette e rinascite monumentali:

  • Le origini (XIII secolo): La struttura nasce nel Duecento su un rigoroso impianto di matrice cistercense, una croce latina con un transetto stretto dialogante con il cortile adiacente.

  • Il Portico e l'ampliamento (XV secolo): A partire dal 1466, il primitivo porticato in legno viene sostituito dall'imponente struttura ad arcate in pietra visibile ancora oggi. Un cantiere secolare, alimentato dalle donazioni cittadine. Intorno al 1480, l'area del coro subisce un significativo ampliamento. Il portico stesso, come ha chiarito Cerroni, ha avuto una storia autonoma, subendo crolli, deformazioni e un rifacimento totale negli anni Cinquanta per mano del Genio Civile, eseguito con molte incertezze nella ricomposizione degli elementi lapidei originali.

  • I Traumi e il Genio del Salvi (XVIII secolo): Sopravvissuta ai crolli del coro nel Cinquecento e devastata dal sisma del 1703, la chiesa subisce la sua trasformazione definitiva nel 1740. L'architetto Niccolò Salvi riconfigura totalmente lo spazio, cancellando la tripartizione medievale per generare una titanica aula unica di 80 metri per 30. Le antiche navate laterali vengono inglobate per ricavare cappelle scandite da possenti muri di spinta e semicolonne aggettanti. È un'architettura di sobria, assoluta eleganza, culminante in un tamburo ottagonale che, come sottolinea Cerroni, riecheggia le geometrie delle antiche terme romane.

Il Novecento, come già anticipato, interviene su questo capolavoro con la brutalità della guerra e della secolarizzazione. Trasformata in carcere nell'Ottocento, la chiesa subì l'innalzamento di muri divisori per piegare l'aula a laboratorio di falegnameria e tintoria per i detenuti. I bombardamenti del 1944 e le successive, drastiche demolizioni del Genio Civile negli anni Cinquanta (che rimossero le coperture originarie) hanno lasciato il campo alla copertura metallica odierna: un intervento degli anni Duemila concepito proprio per suggerire i volumi perduti senza scadere nella trappola del falso storico, affidandosi a materiali moderni anziché alla discutibile resistenza delle murature antiche.

Dettaglio interno Santa Maria in Gradi
Didascalia

Le radici di Viterbo: stratigrafie, ossari e la "città parallela"

Se l'alzato racconta l'evoluzione del potere e della fede, è nel sottosuolo che l'inchiesta archeologica restituisce la verità materiale della città. L'archeologa Beatrice Casocavallo ha guidato i sondaggi stratigrafici, i cui esiti smantellano definitivamente l'aneddotica popolare per far posto al dato scientifico.

Nella navata centrale, l'uso industriale carcerario ha quasi totalmente obliterato i pavimenti storici. Al contrario, le cappelle laterali hanno custodito intatti i loro piani in cotto, rivelando al di sotto di essi una complessa geografia sepolcrale. Ogni cappella ospita un ambiente ipogeo, un ossario perfettamente allineato all'altare superiore. Alcuni di questi conservano ancora la "ghiera" lapidea di chiusura originale. L'assenza quasi totale di resti osteologici all'interno di questi invasi non è un "mistero", ma il riflesso di una precisa contingenza storica. L'ipotesi più accreditata dagli archeologi riconduce questo svuotamento agli editti napoleonici: con la confisca dei beni ecclesiastici e l'espulsione delle congregazioni, le ossa vennero verosimilmente traslate altrove prima che il complesso venisse convertito in struttura detentiva.

L'affondo stratigrafico si è spinto fino a intercettare il banco roccioso tufaceo, situato a profondità variabili e in alcuni punti superiore ai due metri. Qui, la nuda pietra ha rivelato tracce di lavorazione artificiale destinate a un sistema di adduzione idrica. Si tratta di canalizzazioni che le indagini suggeriscono riconducibili a un insediamento di epoca romana, confermando l'esistenza di una stratificazione ben precedente alla fondazione cistercense.

Di fronte a queste evidenze, l'archeologa Casocavallo ha categoricamente smentito le leggende metropolitane relative a presunti "passaggi segreti" sotterranei che collegherebbero i complessi monastici della città. La realtà emersa dagli scavi e dalle fonti archivistiche (inclusi gli antichi registri catastali) racconta una storia ben più pragmatica: una "città parallela" utilitaristica. A Viterbo, la friabilità del banco roccioso ha permesso nei secoli lo scavo sistematico di cantine, condotti idrici e ambienti di servizio. Un'ingegneria del sottosuolo legata alla sopravvivenza materiale e al calcolo economico, infinitamente più affascinante di qualsiasi invenzione letteraria.

Conclusione: il passaggio di testimone

Il cantiere di Santa Maria in Gradi sta completando il suo ciclo di salvaguardia materiale. Con un investimento complessivo di oltre 8 milioni di euro (tra fondi governativi e della Soprintendenza), l'obiettivo è la restituzione definitiva alla comunità. Terminati i lavori di consolidamento, l'eredità passerà all'Università della Tuscia per l'allestimento finale degli spazi e la definizione dei futuri utilizzi. Un passaggio di testimone che segna non solo la fine di un lungo oblio, ma la rinascita di un asset turistico e culturale di valore inestimabile, sanando la cicatrice che ha interrotto per troppo tempo il dialogo tra Viterbo e la sua titanica "fabbrica" di Gradi.

Interno Chiesa Santa Maria in Gradi
Dettaglio interni Santa Maria in Gradi

 

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Diego Galli
Autore
Diego Galli

Classe '85, giornalista, laureato in Scienze della Comunicazione, ho raccontato la politica, la cronaca e la cultura per testate locali e nazionali, tra cui Il…