Architetti dell'effimero: perché sotto l'ombrellone edifichiamo solo Medioevo?

Architetti dell'effimero: perché sotto l'ombrellone edifichiamo solo Medioevo?

C'è un gesto che si ripete identico su ogni litorale, un rito collettivo che si consuma tra la risacca e la fila degli ombrelloni. Mentre riempivo di sabbia bagnata uno stampo di plastica insieme a mia figlia di tre anni e mezzo, mi sono fermato a osservare il perimetro di quello che stavamo realizzando. Un fossato, una cinta muraria a scarpata, quattro torri angolari e un mastio centrale.

Avevamo davanti a noi una tabula rasa e un materiale plastico potenzialmente infinito. Avremmo potuto modellare la pianta di una domus romana, le colonne di un tempio classico o la facciata di un palazzo rinascimentale. Eppure, come il novanta per cento dei bagnanti attorno a noi, stavamo innalzando un castello. Questo istinto alla fortificazione, questa riproduzione in scala di moduli architettonici vecchi di mille anni, è l'essenza stessa di ciò che definiamo "medievalismo": l'assimilazione e la riproposizione inconscia di un'estetica del passato nella nostra modernità.

Ma perché "l'incastellamento balneare" del nostro piccolo feudo immaginario è l'unica via possibile? La risposta risiede all'incrocio tra l'ingegneria dei materiali, l'antropologia e, curiosamente, la storia del design industriale.

In primo luogo, c'è la tirannia della fisica. Costruire in sabbia significa lottare contro la forza di gravità sfruttando esclusivamente la tensione superficiale dell'acqua, ovvero i microscopici ponti liquidi che legano i granelli tra loro. Uno studio pubblicato su Scientific Reports dal fisico Daniel Bonn ha calcolato che il punto di coesione strutturale perfetto si ottiene con una miscela esatta: 1% di acqua e 99% di sabbia. Questo amalgama resiste in compressione, ma non tollera alcuna flessione. È materia che non ammette vuoti, colonnati o tetti spioventi. Richiede basi larghe, pareti tozze e strutture massicce. La fisica granulare ci impedisce di replicare il Rinascimento; ci impone, di fatto, di ragionare come i mastri costruttori dell'XI secolo.

castello di sabbia

A questa necessità statica si lega l'archetipo psicologico della torre. Fin dai tempi delle ziggurat mesopotamiche e delle piramidi mesoamericane o egizie, l'essere umano ha compreso che l'unico modo per sfidare l'altezza senza disporre di acciaio era impilare masse immense alla base, riducendole progressivamente verso la vetta. I quattro spigoli di una base quadrangolare fungono da nodi strutturali, garantendo una stabilità che il cerchio fatica a restituire a secco.

Innalzare una torre non è solo un esercizio di statica, è la materializzazione di un Axis Mundi, un asse che collega la terra al cielo. È l'affermazione del controllo sullo spazio circostante. Chi sta in alto scruta l'orizzonte e si difende; chi sta in basso è costretto ad alzare lo sguardo.

È proprio per assecondare questa pulsione atavica all'elevazione e alla difesa che l'industria moderna ha plasmato i nostri strumenti. Fino alla metà del Novecento, i secchielli da spiaggia erano semplici coni tronchi in lamiera, concepiti per il trasporto. Negli anni Sessanta, con l'avvento dello stampaggio a iniezione della plastica, i produttori intuirono che i bambini cercavano costantemente di sformare torri dai secchielli conici per poi inciderne la sommità. L'industria non ha fatto altro che cristallizzare un bisogno preesistente: ha merlato i fondi dei secchielli, trasformandoli in casseforme pronte all'uso per replicare l'archetipo del potere.

Eppure, a differenza delle consorterie nobiliari che innalzavano le loro torri per sfidare i secoli, noi edifichiamo i nostri baluardi estivi con la lucida consapevolezza della loro fine imminente. Il sociologo Adrian Franklin ha definito la costruzione dei castelli di sabbia come una "coreografia del fallimento": progettiamo difese, deviamo correnti e innalziamo mura sapendo perfettamente che la prima marea, o il vento della sera, raderà al suolo ogni cosa.

Ma non è forse questa l'essenza stessa della vacanza?

Scavare un fossato e innalzare una cinta muraria sul bagnasciuga diventa, inconsciamente, un atto di resistenza psicologica. Difendiamo quel perimetro di sabbia per difendere il nostro tempo sospeso, la nostra oasi di pace. È una tregua effimera e preziosa prima di dover smontare l'accampamento e fare ritorno alla vera battaglia: la routine quotidiana, le scadenze del lavoro, l'assedio dei ritmi cittadini.

Ogni volta che solleviamo lo sguardo verso le moli di peperino che dominano il quartiere di San Pellegrino, vediamo il trionfo della pietra sul tempo, la ferrea volontà di una civiltà di rendersi immortale. Quando, sotto il sole di agosto, battiamo la paletta sul fondo di un secchiello rovesciato, stiamo celebrando quello stesso istinto alla fortificazione. Lo facciamo accettando l'effimero, erigendo mura fragilissime per custodire il nostro riposo, ma per un breve istante, prima che l'onda arrivi a reclamare la spiaggia, siamo tutti orgogliosi castellani del nostro medioevo interiore.

Le torri di San Pellegrino viste dall'omonima e inconica piazza del quartiere medievale viterbese
Le torri di San Pellegrino viste dall'omonima e inconica piazza del quartiere medievale viterbese

 

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Diego Galli
Autore
Diego Galli

Classe '85, giornalista, laureato in Scienze della Comunicazione, ho raccontato la politica, la cronaca e la cultura per testate locali e nazionali, tra cui Il…

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