Archeologia Pubblica al Castello Medievale di Corviano: la sfida di una ricerca che torna alla comunità
di Virginia Ceppari
Per arrivare al Castello Medievale di Corviano bisogna camminare. Il sito non si offre al visitatore come un monumento già ordinato, con un ingresso riconoscibile e un percorso di visita stabilito. Occorre attraversare l'area boscata del Monumento Naturale e raggiungere un promontorio tufaceo affacciato sulla valle del torrente Vezza. Ed è proprio quello che hanno fatto i visitatori durante l'Open Day organizzato nel luglio 2025, dopo aver percorso circa quarantacinque minuti a piedi dal punto in cui si arrestavano i mezzi di trasporto.
Poi, tra la vegetazione, il paesaggio comincia a cambiare. Si riconoscono i resti di una cortina muraria che segue per centinaia di metri il margine occidentale del pianoro, le cavità scavate nel tufo, le tracce degli edifici di culto, le peculiari sepolture a logette. Corviano non è un rudere isolato, ma un insediamento complesso: un luogo abitato e trasformato per secoli, inserito nella rete di collegamenti tra i Monti Cimini, la Teverina e l'Etruria meridionale interna. Le fonti scritte sono scarse e discontinue; l'archeologia, proprio per questo, è decisiva.
Una prima campagna di scavo, condotta nel 1976 da J. Raspi Serra, portò in luce una chiesa esterna al circuito murario con una necropoli annessa. Seguirono studi territoriali, ricognizioni e, tra il 1993 e il 1994, il rilievo sistematico delle cavità. Le indagini estensive sono però riprese soltanto nel 2024, circa quarantotto anni dopo la prima volta, sotto la direzione scientifica del prof. Romagnoli dell'Università della Tuscia. Le campagne 2024-2025 hanno mostrato che anche il settore sommitale, poi occupato dalla rocca medievale, conservava una precedente funzione cultuale e funeraria. È un quadro ancora in costruzione, nel quale ogni nuova evidenza obbliga a rivedere le ipotesi precedenti.
Ma c'è un'altra storia, meno visibile, che corre accanto a quella ricostruita dagli archeologi. È la distanza tra un luogo e le persone che vivono intorno a esso: tra ciò che la ricerca sa e ciò che un territorio riconosce come parte della propria storia. L'archeologia pubblica comincia precisamente in questo spazio.

L’archeologia è morta. Viva l’archeologia.
Nel nostro immaginario il cantiere archeologico appare spesso come una recinzione: protegge un'area fragile, ma separa anche due mondi. Da una parte gli specialisti, con i loro strumenti, i tempi della ricerca e il linguaggio complesso della materia; dall'altra chi passa, osserva da lontano e, nella migliore delle ipotesi, aspetta di sapere che cosa sia stato trovato quando tutto è già finito.
Questa separazione ha ragioni concrete. Uno scavo non è uno spettacolo e non può essere condotto per soddisfare la curiosità del momento. È un'operazione scientifica distruttiva e irripetibile: mentre si indaga una stratificazione, la si rimuove. Per questo servono metodo, documentazione, responsabilità professionali, autorizzazioni e tutela. Nessuna apertura al pubblico può sostituire tali condizioni e questo lo sappiamo fin troppo bene in Italia.
Il problema nasce quando lo specialismo, da fondamento della ricerca, diventa il suo orizzonte ultimo; quando il rapporto con la società viene rinviato alla conferenza conclusiva, a una targa o a un comunicato stampa; quando la comunicazione è considerata un'aggiunta facoltativa (e spesso sacrificabile o scomoda), da attivare se avanzano tempo e risorse. In quel passaggio il cantiere rimane chiuso anche dopo, perché i risultati non entrano davvero nella vita culturale del territorio. Quella recinzione allora si vede, ma soprattutto si sente.
L'archeologia pubblica non nasce per demolire l'archeologia tradizionale, né per renderla più gradevole ad un pubblico di spettatori passivi ma la porta avanti, ad un nuovo livello. È un modo di ripensare l'intero processo archeologico alla luce della sua responsabilità sociale: dalla produzione dei dati alla loro interpretazione, dalla comunicazione all'ascolto, fino alla costruzione di relazioni che possano durare oltre la singola campagna di scavo. La domanda non è soltanto: che cosa abbiamo trovato? È anche: per chi produciamo questa conoscenza, come la restituiamo e quali conseguenze avrà per il luogo e per chi lo vive?

La cittadinanza non è un pubblico in sala
Un passaggio decisivo è rappresentato dalla Convenzione quadro del Consiglio d'Europa sul valore del patrimonio culturale per la società, firmata a Faro nel 2005 e ratificata dall'Italia nel 2020. La Convenzione sposta l’attenzione, tra i vari aspetti, anche sulle relazioni, sui significati e sui valori che persone e comunità attribuiscono alle testimonianze ricevute dal passato. Il reperto non perde la propria centralità scientifica: viene inserito in una trama più ampia di diritti, responsabilità e forme di riconoscimento.
Da qui nasce il concetto di comunità patrimoniale: gruppi di persone che riconoscono valore a determinati aspetti del patrimonio culturale e scelgono di sostenerli e trasmetterli. Non occorre che coincidano con un ente formale o con l'intera popolazione di un comune. Possono comprendere residenti, associazioni, scuole, studiosi, amministrazioni, persone originarie del luogo che vivono altrove e visitatori legati a quel patrimonio. Insomma, chiunque senta di voler valorizzare il proprio patrimonio culturale.
Il cambiamento è sostanziale. Il cittadino è e, proprio in quanto soggetto pensante, interpreta il contesto di cui fa parte e interagisce continuamente con esso. Può portare memorie, domande, conoscenze del territorio, aspettative e conflitti; può contribuire a individuare i temi che richiedono spiegazioni, a costruire forme di racconto, a monitorare un luogo o a partecipare ad attività. Il cittadino ha nome e cognome e non è un numero indistinto.
Questo non significa che tutte le interpretazioni abbiano lo stesso valore probatorio, né che la competenza professionale diventi superflua. Una memoria orale non sostituisce una sequenza stratigrafica; un video molto visto non trasforma un'ipotesi in un dato; la familiarità con un luogo non autorizza a scavarlo. La partecipazione funziona quando ruoli e responsabilità sono chiari. Il sapere della comunità amplia le domande e i significati; il metodo archeologico verifica, documenta e contestualizza le evidenze. L'incontro tra i due non riduce il rigore: può rendere la ricerca più consapevole delle domande del presente.

Corviano, un laboratorio di archeologia pubblica nella Tuscia
È qui che Corviano diventa utile come luogo nel quale misurare possibilità e limiti. Un laboratorio di archeologia pubblica nella Tuscia.
Durante la campagna del 2025 il progetto ha lavorato su tre spazi collegati: online, con una narrazione digitale dello scavo; sul sito archeologico, con l'apertura del cantiere alla cittadinanza; nel luogo della cultura, con una restituzione pubblica dei risultati. L'11 luglio, grazie alla collaborazione del Comune di Soriano nel Cimino, ventiquattro persone hanno raggiunto il sito con un servizio navetta e il successivo percorso a piedi. Studenti e ricercatori le hanno accompagnate nell'osservazione delle aree di scavo, spiegando non soltanto i rinvenimenti, ma il modo in cui un dato archeologico viene riconosciuto e interpretato.
I numeri vanno letti nella loro scala reale. Non descrivono un evento di massa e non devono farlo. Corviano è un sito nel bosco, non ancora organizzato per una fruizione stabile e con oggettivi limiti di accessibilità. Tuttavia l’87,5 per cento ha attribuito il massimo livello di soddisfazione all'osservazione diretta dello scavo e la stessa percentuale si è dichiarata disponibile a prendere parte ad altre iniziative. Sono indicatori circoscritti, raccolti su un campione piccolo, ma mostrano che l'esperienza diretta può far nascere interesse per un luogo ancora poco leggibile.
Il 20 settembre la ricerca è tornata nel centro di Soriano, nella sala consiliare, per presentare alla cittadinanza i risultati preliminari.
La comunicazione digitale, invece, ha accompagnato tutto questo percorso con 10 contenuti, di cui 8 video pubblicati sui canali social del Dipartimento di Studi umanistici dell'Università della Tuscia. Senza sponsorizzazioni a pagamento, i contenuti hanno raggiunto circa 15.000 utenti unici, un dato rilevante se consideriamo il contesto di diffusione. Visualizzazioni, commenti e like non creano, da soli, una comunità patrimoniale. Dobbiamo esserne consapevoli e saper leggere di conseguenza queste informazioni. Dimostrano piuttosto che un racconto accurato e seriale può far uscire una ricerca specialistica dal proprio pubblico abituale e preparare l'incontro sul territorio.
La verifica più interessante è arrivata tra gennaio e aprile 2026, quando lo scavo era fermo. Un questionario esplorativo sulla percezione del patrimonio di Soriano ha raccolto 126 risposte valide.
Tra i residenti nel Comune, il 51 per cento affermava di essere stato al Castello, mentre una quota maggiore, il 62 per cento, diceva di aver visitato l'area del Monumento Naturale di Corviano in senso più ampio. La differenza suggerisce che il paesaggio naturale di Corviano sia più riconoscibile del suo nucleo castellano. Lo confermano le motivazioni: tra i residenti che vi erano stati, il 94 per cento indicava la passeggiata o l'escursione, il 59 per cento la visita ai resti archeologici.
In parole chiare, la vicinanza, in questo caso, non produce automaticamente conoscenza del sito archeologico. Si può attraversare un luogo molte volte senza riuscire a leggerlo. Ma l'indagine registra anche una disponibilità: nel campione complessivo, il 62 per cento avrebbe voluto essere maggiormente coinvolto nelle attività di valorizzazione e divulgazione del territorio.

Quando si spengono i riflettori
La prova più difficile per l'archeologia pubblica comincia dopo. Finché il cantiere è aperto, la terra restituisce novità, arrivano fotografie, visitatori e domande. Quando lo scavo si interrompe, il rischio è che si interrompa anche il racconto. Eppure gran parte dell'archeologia avviene proprio allora: i reperti vengono lavati, classificati e confrontati; la documentazione viene ordinata; le ipotesi iniziali sono confermate, corrette o abbandonate.
Nel progetto di Corviano il periodo tra le campagne è stato trattato come una fase autonoma. Un video sullo studio delle ceramiche ha mostrato come un frammento, apparentemente muto, contribuisca a ricostruire cronologie e pratiche quotidiane. Nei laboratori rivolti agli studenti delle scuole superiori, i materiali sono diventati strumenti di osservazione diretta e i ragazzi hanno potuto toccarli direttamente, anziché limitarsi a osservarli all’interno di una teca, mentre la fotogrammetria e la modellazione tridimensionale hanno permesso di seguire il passaggio dalle immagini alla documentazione digitale.
Qui il digitale ha una funzione precisa: non aggiunge uno strato spettacolare al reperto, ma rende visibile e comprensibile il processo che gli attribuisce significato. La tecnologia è utile quando permette di osservare meglio, confrontare e documentare i materiali, ampliare l’accesso o mantenere viva una relazione.
A che cosa serve, allora, l'archeologia pubblica? Non soltanto ad aumentare le visite. Serve a creare le condizioni perché un sito venga riconosciuto, discusso e curato anche quando non è più una novità. Una comunità informata può segnalare rischi, sostenere scelte di tutela, trasmettere memorie, chiedere continuità alle istituzioni e distinguere più facilmente una ricostruzione fondata da una narrazione arbitraria. Ma questa capacità non nasce da un singolo evento: richiede tempo, ascolto, verifiche ripetute e una presenza istituzionale affidabile.
Corviano, tuttavia, non è ancora la prova conclusiva che la teoria abbia funzionato. Presentarlo così sarebbe ingeneroso verso la complessità del progetto e poco credibile per chi conosce i tempi della ricerca. È, piuttosto, un banco di prova che ha già prodotto segnali misurabili e ha reso visibili le questioni ancora aperte, come la necessità di passare da una partecipazione inizialmente sollecitata dalle istituzioni a forme più autonome e mature.

Indiana Jones, chi? Oltre l'archeologo solitario
Per compiere questo passaggio occorre abbandonare un altro recinto: l'idea dell'archeologo autosufficiente. La figura dell'esploratore solitario conserva sicuramente un fascino narrativo alla Indiana Jones, ancora viva nell’immaginario collettivo, ma descrive male la disciplina contemporanea. Uno scavo richiede già competenze differenti; un progetto pubblico ne richiede ancora di più: archeologi, antropologi, restauratori, specialisti del paesaggio e delle tecnologie digitali, educatori, comunicatori, progettisti culturali, amministratori e mediatori capaci di lavorare con pubblici diversi. L’elenco potrebbe continuare, ma il concetto è già chiaro.
Non significa certamente chiedere a ogni archeologo di diventare anche videomaker, sociologo e social media strategist. Significa riconoscere che la relazione con la società è un lavoro specialistico, da progettare e finanziare. Se viene affidata soltanto alla buona volontà di chi si assume volontariamente un compito in più, rimarrà episodica e sicuramente sottovalutata. Se viene inserita fin dall'inizio negli obiettivi, nel gruppo di lavoro e negli strumenti di valutazione, può diventare parte ordinaria della ricerca.
Anche la ricerca partecipata si muove dentro questo delicato equilibrio. Lo abbiamo già accennato,il contributo dei cittadini può essere davvero ampio soprattutto se pensato in piccoli contesti come i borghi della Tuscia: dalla raccolta di memorie alla ricognizione di archivi familiari, dal monitoraggio dei luoghi alla documentazione di trasformazioni del paesaggio (come dimostra, ad esempio, il recente distacco di una porzione della Porta della Verità a Viterbo, prontamente documentato dai cittadini di passaggio e segnalato attraverso i social media).
Infine, occorre misurare. Ma, prima ancora, occorre decidere che cosa valga davvero la pena misurare. In una società ossessionata dalla performance, la tentazione è affidarsi ai numeri più vistosi: accessi, presenze, visualizzazioni, follower. Eppure, soprattutto nei piccoli centri, il successo di un progetto culturale non deve essere valutato con gli stessi parametri di un grande museo nazionale o di una destinazione turistica di massa. Un museo civico deve saper raggiungere le persone per le quali può diventare un luogo significativo, coinvolgerle e consolidare nel tempo il rapporto con loro, non ha necessariamente bisogno di migliaia di follower. Ha bisogno, ad esempio, di cittadini che lo riconoscano come parte della propria vita, di scuole che tornino a frequentarlo, di attività che non si esauriscano in appuntamenti episodici e di un’istituzione capace di accogliere, ascoltare e dare seguito a quanto avviato. In questo processo, una buona comunicazione sa diffondere informazioni ma mantiene anche vivo il dialogo tra il museo e la comunità e contribuisce a rendere più saldo il legame che li unisce.
Lo stesso vale per gli eventi. A che serve richiamare migliaia di persone in una sola occasione, se il luogo non è in grado di accoglierle in modo sostenibile e viene poi lasciato al proprio destino per il resto dell’anno? In un borgo, quaranta persone che tornano, partecipano e si assumono una parte di responsabilità nei confronti del proprio patrimonio possono contare più di una folla arrivata una volta soltanto. Non si tratta di rinunciare alla quantità, ma di misurare il successo sulla scala reale dei luoghi e sulla qualità delle relazioni che riescono a generare.
Un patrimonio non si possiede
Manteniamo la calma: dire che la storia non deve essere delegata soltanto agli accademici non significa sottrarre loro il compito di studiarla. Significa evitare che la società rinunci a fare domande, a comprendere le scelte che riguardano il patrimonio e a partecipare alle forme della sua trasmissione. Allo stesso modo, dire che un luogo appartiene a una comunità non autorizza a chiudere la porta come se fosse casa propria. Il patrimonio riguarda chi lo studia, chi lo abita, chi viene da fuori e chi verrà dopo.
Forse è questa la lezione più preziosa di Corviano. Un castello può uscire dalle cronache, essere assorbito da nuovi assetti territoriali, lasciarsi ricoprire dal bosco e scivolare ai margini della geografia culturale. Eppure non scompare davvero: i suoi muri, i sentieri, le sepolture e persino i vuoti continuano a dare forma al paesaggio e a custodire le tracce di chi lo ha vissuto. Ancora oggi possiamo intercettarne l’eco. Ma perché quella voce torni a far parte della storia non basta liberare una muratura dalla terra: serve trasformare ciò che lo scavo restituisce in una conoscenza leggibile, aperta al confronto, condivisa e condivisibile. Occorre costruire intorno a quelle evidenze una relazione capace di durare oltre l’ultima giornata di cantiere. Solo allora le voci di chi ha abitato Corviano cessano di essere confinate nei documenti degli specialisti o nel bosco che ne ha custodito le tracce: tornano a circolare, raggiungono la comunità e diventano parte di una storia comune.

Nota editoriale e riferimenti essenziali
Gli scavi archeologici presso il Castello Medievale di Corviano (Soriano nel Cimino - VT) sono un’iniziativa del Dipartimento DISTU – Università degli Studi della Tuscia, realizzata con il patrocinio e la collaborazione della Soprintendenza ABAP per l’Etruria meridionale, del Comune di Soriano nel Cimino e del Museo archeologico locale.
Per i dati relativi al progetto di archeologia pubblica al Castello Medievale di Corviano si veda: Virginia Ceppari, Il Castello Medievale di Corviano. Un laboratorio di archeologia pubblica nella Tuscia, tesi di laurea magistrale in “Archeologia e Storia dell’Arte. Tutela e Valorizzazione [LM-2]”, Università degli Studi della Tuscia, a.a. 2025-2026.
● Consiglio d'Europa, Convenzione quadro sul valore del patrimonio culturale per la società, Faro, 27 ottobre 2005; ratifica italiana: Legge 1 ottobre 2020, n. 133.
● Matsuda, A., e Okamura, K. (a cura di), New Perspectives in Global Public Archaeology, Springer, 2011.
● Moshenska, G. (a cura di), Key Concepts in Public Archaeology, UCL Press, 2017. ● Richardson, L., e Almansa-Sánchez, J., "Do you even know what public archaeology is?", World Archaeology, 47(2), 2015, pp. 194-211.
● Volpe, G., Archeologia pubblica. Metodi, tecniche, esperienze, Carocci, 2020. ● Bonacchi, C., "Digital Public Archaeology", in Handbook of Digital Public History, De Gruyter Oldenbourg, 2022, pp. 77-86.
● Romagnoli, G., Pastura, G., e Piotrowski, M., "Indagini archeologiche nel castello di Corviano (Soriano nel Cimino, VT)", in X Congresso Nazionale di Archeologia Medievale. Pré-tirages, vol. 1, All'Insegna del Giglio, 2025, pp. 296-301.

Virginia Ceppari è una professionista della comunicazione culturale e audiovisiva. Laureata con lode in Archeologia Medievale all’Università della Tuscia, unis…